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Un vero britannico

Un vero britannico

50 anni fa Paul Smith apre una piccola botique a Nottingham, in cui vende capi di famosi designer e qualche pezzo di sua creazione. Investito del titolo di Cavaliere nel 2000 per la sua attività al servizio della moda britannica, Sir Paul Smith è oggi uno dei maggiori designer del Paese. Noto per trovare ispirazione in ogni cosa è anche un grande amante della musica ed un grande appassionato dell'automotive. Abbiamo deciso di celebrare il suo cinquantesimo anniversario nel mondo della moda ripubblicando un'intervista pubblicata sul The Official Ferrari Magazine numero 36 nel 2017
di

Nick Mason & Matthew Barker

Ho organizzato un incontro con Sir Paul al Victoria and Albert (V&A) Museum di Londra. Questo piano ingegnoso dovrebbe consentire a me di ottenere l'intervista per The Official Ferrari Magazine e scattare qualche foto e a lui di ammirare in anteprima la mostra Pink Floyd: Their Mortal Remains, la retrospettiva sui 50 anni del gruppo musicale. Lui voleva vederla e io ho colto al volo la possibilità di ascoltare i suoi commenti.

Presto è risultato chiaro che Sir Paul sapeva molte più cose su di me di quante non ne sapessi io su di lui. Piuttosto inquietante! Fin troppo spesso una foto di uno specifico spettacolo in uno specifico luogo veniva commentata con una sua esclamazione del tipo "Oh sì, io c'ero!". Detto questo, uno degli aspetti più accattivanti di questo uomo è la sua capacità di relazionarsi con le persone e metterle a proprio agio. A suo dire, questa preziosa caratteristica è uno dei segreti del suo successo. Apprezzare l'interazione con i clienti deve essere un notevole vantaggio. Riconosce anche che, come per la maggior parte delle attività creative, non importa quanto talento puoi avere se non azzecchi anche la giusta tempistica. È straordinario quanto spesso eventi e incontri fortuiti ci portano su strade completamente nuove. Nel caso di Sir Paul l'incidente che lo ha costretto a rinunciare alle sue aspirazioni di diventare un ciclista professionista lo ha indirettamente portato a ricevere una formazione artistica.

Lo stilista britannico al Royal Automobile Club a Londra, nel 2015  <em>Foto: IPA</em>
Lo stilista britannico al Royal Automobile Club a Londra, nel 2015 Foto: IPA

Vedo una somiglianza con la mia vita, quando al college ho conosciuto i futuri membri della mia band, mentre avrei dovuto intraprendere una carriera nel campo dell'architettura. In un mondo parallelo lui sarebbe quell'uomo in bicicletta per il quale stavo progettando una serra… Apparteniamo entrambi a una generazione alla quale le opportunità sembravano infinite e mi sono divertito ad ascoltare la storia di un'azienda che lentamente e con metodo è partita dal niente ed è arrivata ad avere più di 300 punti vendita in tutto il mondo, senza nemmeno la necessità di coinvolgere grandi investitori, con il rischio di subire la loro inevitabile influenza. Oppure il rischio di cedere troppo presto le redini dell'attività per poi pentirsene per tutta la vita.

Sir Paul sembra avere ancora sia la voglia che l'entusiasmo per proseguire lungo la strada intrapresa. A questo punto vorrei dire che è stato solo a causa di un'ondata di caldo, particolarmente insolita in Inghilterra, se non ho sfoggiato un soprabito di Paul Smith piuttosto bello che mi serve fedelmente da circa 30 anni. Ho anche deciso di non indossare uno dei suoi abiti dal momento che, secondo mia moglie, addosso a me anche il lavoro del miglior sarto finisce per sembrare un infelice acquisto in un mercatino dell'usato. Dovrei anche aggiungere che ero perfettamente consapevole che le due recenti mostre su David Bowie e sui Rolling Stones erano state inondate da abiti glamour. Tutto sommato, il massimo a cui potevamo arrivare erano un paio di camicie e un trench... oh, e la famigerata maglietta di Johnny Rotten "I hate Pink Floyd". Il tempo stringeva.

Avrei dovuto trovare il modo per velocizzare il commento in cuffia e consentirgli di vedere l'intera mostra, ma lui mi ha assicurato che sarebbe tornato in seguito per una seconda occhiata. Perfettamente ragionevole, dal momento che ha almeno due mostre al suo attivo nel Design Museum (nel 1995 la mostra True Brit ha celebrato i 25 anni della sua azienda e nel 2013 la mostra Hello, My Name is Paul Smith ha celebrato la sua carriera fino a quel periodo) e ne ha un'altra in programma. Quando ci siamo separati ho ritenuto che avremmo dovuto considerare l'incontro come un "work in progress" da riprendere l'anno successivo…

Paul Smith nel suo ufficio, situato sopra il suo negozio di Floral Street,  Covent Garden, Londra, nel 1988 <em>Foto: IPA</em>
Paul Smith nel suo ufficio, situato sopra il suo negozio di Floral Street, Covent Garden, Londra, nel 1988 Foto: IPA

The Official Ferrari Magazine: Ha iniziato la sua carriera di designer negli anni '60. Perché quel particolare decennio è stato tanto creativo, soprattutto nel Regno Unito?

Sir Paul Smith: Siamo stati la prima generazione nata dopo gli orrori della guerra e per la prima volta potevamo dire "Colorerò il muro di rosa… Mi farò crescere i capelli…". Qualunque cosa uno volesse fare, poteva guardarsi intorno e non avrebbe trovato nessuno che dicesse "No, non puoi". La cosa bella dell'intero periodo era la tendenza ad esprimere la propria personalità attraverso la creatività, a differenza del 1968 a Parigi dove bruciavano le auto e via dicendo, che era un diverso modo di esprimersi, più politico. Noi eravamo felici semplicemente vestendoci e conciandoci in modo ridicolo. Stavano accadendo tante cose. [fa un cenno a Nick] C'eravate voi, tutte queste fantastiche band ovunque, e nel mio mondo all'improvviso ci ritrovammo a selezionare tessuti che in passato sarebbero stati considerati solo da donna: motivi floreali con volant che probabilmente gli uomini non indossavano più dai tempi di Oscar Wilde.

TOFM: Da qualche parte ho letto che in origine voleva diventare un ciclista professionista.

PS: Oh sì, è stato il mio sogno dagli 11 ai 18 anni. Poi ho avuto un brutto incidente e sono finito in ospedale per tre mesi. Lì ho fatto amicizia con alcuni ragazzi ricoverati in corsia con me, tutti a letto e in trazione in seguito a diversi incidenti. Un paio di loro fu dimesso più o meno insieme a me e uno disse "Ehi, ora che ci siamo trovati dovremmo tenerci in contatto". Scelsero un pub a Nottingham chiamato "Bell Inn" per incontrarsi e che, per puro caso, era anche il luogo di ritrovo di tutti gli studenti d'arte. Quindi all'improvviso per me si aprì l'intero mondo della creatività. Ricordo di aver fatto conversazione con alcuni degli studenti. Loro parlavano di cose come il Bauhaus e io credevo che fosse un complesso di edilizia popolare vicino a Nottingham o qualcosa del genere! [ride] Me ne stavo lì seduto a dire cose come "Oh certo, il Bauhaus…" con grande autorevolezza, senza avere la minima idea di cosa stessero parlando.

Nick Mason: In alcuni dei suoi disegni è presente un tema ricorrente di elementi meccanici. C'è un collegamento tra quello e la sua passione per il ciclismo?

PS: Sì, assolutamente, e ho sempre amato le opere di Heath Robinson [eccentrico vignettista inglese e disegnatore di progetti meccanici fantastici]. Mio padre era un appassionato fotografo dilettante e aveva una camera oscura in soffitta. Era un uomo molto pratico: non credo che abbia mai assunto qualcuno per fare qualcosa. Dipingeva la casa, interveniva sull'impianto elettrico, riparava l'auto. Ha avuto una grande influenza su di me, davvero.

NM: Cosa pensava sua madre della camera oscura? Noi ne avevamo una, mio padre era come il suo…

PS: Mamma chiedeva sempre "Dov'è tuo padre?". E io rispondevo "Oh, è nella camera oscura". [ride] Finiva sempre nei guai. In effetti è buffo pensare che con la moderna tecnologia, sotto molti aspetti, non siamo più creativi come un tempo. Certo, siamo molto creativi con i computer, ma in altri ambiti abbiamo perso quella capacità. Ad ogni modo, fortunatamente per me, una delle studentesse che incontravo nel pub è diventata la mia ragazza e poi mia moglie [Pauline]. Studiava moda e mi interessai molto all'argomento al punto da frequentare una scuola serale.

Il mio insegnante era un sarto dell'esercito che confezionava uniformi da cerimonia per la sfilata "Trooping the Colour" e roba simile: mi ha insegnato che la cosa fondamentale è come il taglio faccia sembrare importanti le persone, come ti fa assumere una postura eretta e fa sembrare magre le tue gambe e che tutto dipende da come tagli le cose. Mi è stato utilissimo. Se ricevi quel tipo di formazione tradizionale, poi puoi fare quello che vuoi.

Smith nel suo negozio di Los Angeles nel 2018. Situato in Melrose Avenue, è il secondo negozio americano del designer   <em>Foto: Getty Images</em>
Smith nel suo negozio di Los Angeles nel 2018. Situato in Melrose Avenue, è il secondo negozio americano del designer Foto: Getty Images

TOFM: È stato più o meno in quel periodo che ha visto i Pink Floyd suonare dal vivo?

PS: Sì, andavo in quel locale di Nottingham che si chiamava Boat Club e guardavo esibirsi tutte le band del periodo. All'epoca lo potevi fare: andare a vedere i Pink Floyd in un minuscolo locale con appena 150 persone a fare da pubblico. [a Nick] Ricordi di aver suonato al Boat Club?

NM: Ricordo di aver suonato all'Università di Nottingham…

PS: Sono certo di avervi visto là. E ci ho visto anche Captain Beefheart e Frank Zappa. Quando venni alla vostra esibizione, arrivaste tardissimo la sera e vi dirigeste direttamente sul palco. Mi sembra che indossaste tutti dei soprabiti. Il palco era talmente piccolo che c'entravate a malapena. Non capirò mai come siete riusciti a farci stare tutta la batteria…

NM: Se guarda la copertina di Ummagumma [1969] dove abbiamo esposto tutti gli strumenti e le attrezzature, l'insieme sembrava spettacolare all'epoca. Adesso sembrano tanti pezzi di un vecchio stereo.

PS: Quella copertina è probabilmente uno degli esempi più memorabili di progettazione grafica e fotografica di tutti i tempi. È assolutamente splendida.

TOFM: Deve aver conosciuto molto bene alcuni musicisti.

PS: Ho conosciuto Jimmy Page quando avevo 18 anni, gli ho confezionato dei pantaloni. Ricorderò sempre che la sua vita misurava 61 cm ma le gambe terminavano con una misura di 71 cm: erano quasi dei pantaloni sottosopra. Avevo sempre con me delle magliette che stampavo da solo. Ricordo di essere andato a un'esibizione degli Yardbirds, di essermi messo a chiacchierare con la band dopo il concerto e poi di aver tirato fuori queste magliette dalla mia borsa cercando di venderle loro. Ma è così che ho conosciuto Eric Clapton e Jimmy e Pete Townshend. Poi ho conosciuto molto bene gente come Patti Smith... e adesso un sacco di nuove band vengono a conoscere me. Mi fa molto piacere, è quasi imbarazzante.

NM: È un po' strano quando ti rendi conto che non sei più all'avanguardia. Voglio dire [allarga le braccia a mostrare l'ambiente], guardate questo luogo. Uno inizia a sentirsi parte del National Trust o giù di lì…

PS: [ride] In effetti in questo periodo c'è una mostra del mio lavoro a Taiwan e, sì, se vado là penso "Sono diventato un'istituzione". Ma la cosa bella è mostrare alle persone cose semplici e concrete che fanno pensare "In effetti potrei farlo anche io".

NM: Questa è una cosa di cui dobbiamo ringraziare il V&A: non si è limitato a organizzare un viaggio lungo il viale dei ricordi ma ha voluto mostrare le opportunità che possono esistere per i giovani. Non c'è solo la musica ma esistono anche l'allestimento, la grafica, le luci…

PS: [annuendo con entusiasmo] È fantastico. Quando accompagno gli studenti in visita nei miei uffici di Covent Garden dico loro "Potete anche amare il design, ma sappiate che ci sono moltissimi altri lavori molto belli: potreste lavorare in un ufficio acquisti, in un ufficio stampa, nel settore del merchandising, della vetrinistica…". Oggi penso che purtroppo tutto è solo una questione di cosa dovresti fare e a come dovresti apparire, di cosa è accettabile in termini di avanzamento di carriera.

A volte dico al mio staff di design "Andate e fate qualcosa, non preoccupatevi di cosa, proviamo con il velluto, proviamo con gli abiti floreali". Poi tornano con 40, 20, 10 cose e una di queste sarà un'idea vincente, ma non lo saprai fino a quando non ci provi. Oggigiorno tanti giovani sembrano vivere la propria vita come se fosse un piano aziendale.

Smith saluta gli ospiti alla fine della sfilata tenutasi durante la settimana della moda di Parigi del giugno 2017  <em>Foto: Getty Images</em>
Smith saluta gli ospiti alla fine della sfilata tenutasi durante la settimana della moda di Parigi del giugno 2017 Foto: Getty Images

TOFM: Le viene riconosciuto il merito di aver rivoluzionato il modo in cui facciamo acquisti, di aver creato negozi che non si limitavano a vendere solo abiti. Qual è la sfida della vendita al dettaglio online?

PS: Adesso il mio negozio più grande è online. Lo capisco, credo, ma mi dispiace, perché io amo i negozi fisici e amo il linguaggio del corpo, la comunicazione: "Buongiorno, posso aiutarla?" e tutto il resto. E amo i miei negozi, perché contengono tanti prodotti come foto e ceramiche, puoi parlare con le persone e far vivere loro una bella esperienza. Usavo tutte queste cose come i poster alle pareti e i giocattoli sugli scaffali per rompere il ghiaccio e poi la cosa è diventata la formula dei negozi Paul Smith in tutto il mondo... proprio così. Acquisto molti vecchi vinili, li incornicio e li appendo alle pareti. Il problema è che le persone li vogliono sempre acquistare! Ho un bellissimo picture disc dei Pink Floyd e uno di voi indossa una camicia Paul Smith, una di quelle a fiori. Non ricordo chi sia. Syd, probabilmente.

TOFM: L'Italia è sempre stata un'importante fonte di ispirazione per lei.

PS: Ho avuto una casa in Toscana per più di 30 anni. In Italia percepisco una vera passione con cui riesco a entrare in contatto, una mentalità. E ho sempre amato il design Ferrari, le splendide linee delle macchine. Ogni volta che sono a Londra, la prima cosa che faccio alla mattina è una nuotata nella piscina del Royal Automobile Club, di cui sono membro da molto tempo. Spesso, quando alle 5 di mattina arrivo per la mia nuotata, stanno portando dentro queste costosissime, rarissime e delicatissime auto da esporre nel Club. Ultimamente ho visto arrivare la bellissima Ferrari Scaglietti Spider del 1956. È un incredibile gioiello della meccanica, sembra senza tempo. Ricordo che una volta in Italia andai al Lingotto di Torino, l'edificio con la pista sul tetto. Solo l'idea di mettere una pista sul tetto di un edificio mi fa impazzire! Quell'amore per i dettagli è qualcosa che mi colpisce veramente e che comprendo appieno.

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