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15/11/2017

La Ferrari al MoMA

Quando la Ferrari rubò la scena al Museum of Modern Art

All'inizio degli anni Novanta, quando uno dei più importanti musei d'arte al mondo appese alle pareti alcune auto da corsa, sembrò una mossa iconoclasta e scioccante. Il Museum of Modern Art (MoMA) di New York organizzò una mostra dal titolo diretto e senza mezzi termini: Designed for Speed: Three Automobiles by Ferrari. Venticinque anni dopo, una mostra del genere sarebbe del tutto normale.

 

La prima delle tre vetture esposte era la Barchetta 166, una delle più antiche di Enzo. C'era poi una F40, che all'epoca aveva solo sette anni e sembrava incredibilmente veloce. La terza era una Tipo 641 del 1990, successivamente nota come F1-90, in linea con la denominazione semplificata delle vetture da corsa adottata da Ferrari.

La Ferrari 166 MM e la Ferrari F40 esposte al MoMa 

La mostra sottolineava la tecnologia avanzata della monoposto, mostrando la scocca smontata in fibra di carbonio, le sospensioni posteriori, il cambio "paddleshift" e il motore V12. Il pubblico - e gli avversari - raramente riescono a vedere bene queste parti della vettura.

 

La monoposto era un regalo della Ferrari al museo e lì è rimasta. Ha fatto anche parte della mostra del 2002, AUTObodies: Speed, Sport, Transport. Gli appassionati di Formula Uno saranno sempre più contenti di ammirarla, perché oggi è considerata una delle più belle auto da corsa di sempre. L'estetica, e quindi l'arte, seguono la funzione.

 

Ovviamente, il mito intorno a questa vettura è rafforzato dal fatto che è stata guidata da due piloti eccezionali come Alain Prost e Nigel Mansell. Quella stagione, Prost si era aggiudicato cinque vittorie. Le speranze per il titolo svanirono solo alla fine della stagione, nel famoso scontro con Senna che lo costrinse al ritiro all'inizio del Gran Premio del Giappone.

Christopher Mount, responsabile Architettura e Design del MoMa, segue le fasi di allestimento della mostra 

Accanto alla F1-90 e alle sue parti, il MoMA aveva esposto alcuni degli schizzi tecnici realizzati all'inizio della fase progettuale. Erano di John Barnard, direttore tecnico della Ferrari fino al 1989, che aveva progettato la precedente Tipo 640, F1-89. 

 

Quella vettura rappresentava il ritorno al V12 per la Ferrari dopo l'era turbo, oltre ad avere la nuova trasmissione semiautomatica con "paddle shift", uno sviluppo Ferrari che divenne ben presto lo standard in tutto il settore e passò poi sulle auto stradali.

 

Come disse Barnard nell'audioguida della mostra del 2002: "Voglio che le mie auto siano belle, quindi cerco di far confluire linee e forme, nel rispetto dei requisiti tecnici".

La Ferrari F1-90 esposta al MoMa 

La F1-90 del MoMa utilizzava un passo leggermente più lungo rispetto alla vettura dell'anno precedente. Il raffreddamento per il V12 e il cambio era stato migliorato e la sostituzione del motore a metà stagione garantiva alla vettura 580 CV di potenza a 12.750 giri/min da 3,5 litri.

 

Alcune linee diritte della carrozzeria erano diventate curve eleganti. L'obiettivo era l'efficienza aerodinamica, ma il risultato fu anche una vettura dalla bellezza sobria e pulita. Una bellezza che molti appassionati pensano sia andata perduta con la complessità degli elementi aerodinamici montati sulle auto più recenti. 

 

In breve, la F1-90 era straordinariamente elegante, pur esprimendo al meglio tutta la sua potenza. Il comunicato stampa della mostra riportava una frase del Manifesto futurista di Marinetti del 1909, rivelatasi davvero profetica: "Affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova, la bellezza della velocità".



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