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Sulla giusta strada

Sulla giusta strada

Il giovane ingegnere entrato come stagista 25 anni fa all'inizio del 2019 è diventato il Team Principal e ha guidato la Scuderia nel Mondiale. Nel suo racconto riviviamo i momenti più importanti della stagione, cominciata con un trasloco mai finito
di

Daniele Bresciani

In termini di distanza, probabilmente è stato il trasloco più breve della sua vita.

Tra l’ufficio da direttore tecnico che occupava fino all’anno scorso e quello in cui siede ora ci sono una novantina di passi, meno di un minuto di camminata. Eppure in termini di crescita professionale, con questa breve passeggiata Mattia Binotto ha compiuto il salto più importante della sua carriera, visto che il giovane ingegnere che nel 1995 arrivò a Maranello come stagista oggi è il Team Principal della Scuderia Ferrari.

“La verità è che il trasloco non l’ho neppure finito”, dice sorridendo dietro quegli occhiali tondi che sono diventati ormai un simbolo, tanto che la sua squadra ne ha fatto realizzare un paio speciale con la montatura a forma di 5 e 0 per festeggiare il suo cinquantesimo compleanno al GP di Austin. “Buona parte delle mie cose sono ancora di là, se si escludono il pc, la lavagna e le mie biro e matite, visto che di quelle non posso fare a meno. Non c’è stato il tempo per un passaggio completo. Né fisico né mentale. Anche perché in fondo non credo che questo sia un ruolo più importante né è mai stata la mia grande ambizione. È solo un ruolo diverso. È stata un’ascesa naturale e devo essere grato alla Ferrari che mi ha messo in condizione di compiere questo percorso.”

Il team celebra il cinquantesimo compleanno di Binotto durante il Gran Premio degli Stati Uniti ad Austin, Texas
Il team celebra il cinquantesimo compleanno di Binotto durante il Gran Premio degli Stati Uniti ad Austin, Texas

Come ricorda il momento del passaggio?

“È stato un po’ più repentino del previsto. Il 7 gennaio dovevo partire per Londra e in aeroporto a Bologna ho comperato la Gazzetta dello Sport, che in prima pagina dava l’annuncio della mia nomina. Così abbiamo dovuto affrettare i tempi della comunicazione e questo non è stato facilissimo, ma siamo riusciti a gestirlo”.

Rispetto a prima, la gestione è diventata più umana e meno tecnica?

“Non direi, se consideriamo che la Gestione Sportiva è al 90% composta di tecnici. Mi si è aggiunto il 10% che mancava: comunicazione, marketing, sponsor, legal. Come di sicuro si sono aggiunte responsabilità in aree di cui magari ho meno competenza. E se vogliamo, mentre prima, da direttore tecnico, ero abituato solo a spendere, adesso da Team Principal devo pensare a risparmiare o addirittura a guadagnare”.

Abituato alla vita del box, Binotto non può fare a meno di guardarsi alle spalle per controllare i movimenti del team
Abituato alla vita del box, Binotto non può fare a meno di guardarsi alle spalle per controllare i movimenti del team

C’è una regola che crede sia indispensabile?

“Qualcosa che deriva in parte dai miei studi di ingegneria e dal fatto di essere cresciuto in Svizzera: sono convinto che i processi rigorosi siano importanti. Questo mi aiuta a gestire una struttura ampia come la nostra. Da un lato è vero che va curato il rapporto con le singole persone, il lato più umano ed empatico è fondamentale, ma dall’altro questa è una macchina complessa che deve marciare alla perfezione. E soprattutto in Formula 1 tutto deve funzionare in modo efficace ed efficiente. Per capirci, il problema non è arrivare a sviluppare una potenza di 1000 cavalli, ma arrivarci prima degli altri e avere appunto processi efficienti ti porta ad essere più veloce nello sviluppo”. La prima uscita pubblica è stata il 15 febbraio, con la presentazione della nuova monoposto, la SF90. “Credo una delle più belle degli ultimi anni. Per me una grande emozione. Ed è stato anche il debutto del nostro hashtag, quell’#essereFerrari a cui tengo molto”. Poi è arrivato il primo GP, l’Australia. “Dopo i test invernali che erano andati benissimo avevamo molte aspettative, invece è arrivata una doccia fredda. Per il resto, quella è stata la mia prima gara al muretto dopo 25 anni di corse. Quando facevo ancora l’ingegnere motorista mi dicevo ‘prima o poi smetterò di andare in pista e quello che mi mancherà sarà l’aver fatto una gara al muretto’. Invece lì ho fatto il mio debutto in una postazione dalla quale si ha una visione completamente diversa rispetto ai box”.

Binotto, affiancato da Leclerc e Vettel in Piazza Duomo a Milano, durante le celebrazioni per i 90 anni della Scuderia<em>    Foto: Getty Images</em>
Binotto, affiancato da Leclerc e Vettel in Piazza Duomo a Milano, durante le celebrazioni per i 90 anni della Scuderia Foto: Getty Images

È per questo che la vediamo così spesso voltarsi indietro?

“Non saprei dirlo. Però il mio ruolo è anche quello di assicurarmi che tutto funzioni correttamente e di conseguenza avere l’occhio rivolto al box è importante. Però è vero, io sono un uomo di box e mi basta un’occhiata ai meccanici per capire che cosa sta succedendo. Mi serve di più tenere lo sguardo rivolto lì che non sullo schermo”.

Vogliamo ripercorrere la stagione indicando i momenti più significativi?

“Dopo la delusione in Australia indicherei il GP del Bahrain, con una vittoria in tasca sfumata per problemi di affidabilità, e il Canada, con Sebastian che vince e poi viene penalizzato, a testimoniare una prima parte di stagione più che mai in salita. Poi però dopo l’estate sono arrivate le vittorie di Spa, Monza e Singapore, che ci hanno in parte ripagato delle delusioni iniziali. E anche se non ci hanno permesso di vincere il Mondiale, nella nostra visione – che è quella di alimentare il mito del Cavallino Rampante – credo siano state davvero un momento speciale per tutti i tifosi oltre che per noi”. Tifosi che hanno mostrato tutta la loro passione anche all’evento in Piazza Duomo a Milano, organizzato per festeggiare i 90 anni di Scuderia alla vigilia del GP d’Italia. “Un bagno di folla rossa indimenticabile, a dimostrazione appunto che il mito è più che mai vivo”.

Il team Ferrari F1 posa con i piloti e le loro auto al termine del Mondiale 2019 sul circuito di Abu Dhabi
Il team Ferrari F1 posa con i piloti e le loro auto al termine del Mondiale 2019 sul circuito di Abu Dhabi

E al di là delle gare?

“Sono molto contento di come è cresciuto lo spirito di squadra. Siamo molto uniti, compatti, piloti inclusi, malgrado quello che da qualche parte è stato insinuato. Un esempio? Il martedì successivo all’incidente che li ha visti coinvolti nel GP del Brasile, mi squilla il telefono e vedo sullo schermo i nomi di Seb e Charles, insieme. Si erano sentiti tra loro, si erano chiariti e mi chiamavano insieme per una call a tre, un gesto tutt’altro che banale a dimostrazione di uno spirito di coesione notevole. E comunque, sempre riguardo al Brasile, meglio che un episodio così sia capitato adesso: ci aiuta a chiarirci meglio in vista dell’anno prossimo”.

Qualcosa che le è invece dispiaciuto in questo 2019?

“Il fatto che in questa Formula 1 il confronto non sia solo tecnico e sportivo ma anche politico. Un fronte su cui non possiamo abbassare la guardia e che fa in modo che non sia sufficiente avere una monoposto competitiva e piloti bravi. Non mi aspettavo che richiedesse tanto impegno”.

Che cosa ci possiamo aspettare dal 2020?

“Io credo che il livello di competizione non sia mai stato così alto. Abbiamo le carte in regola per fare bene ma nulla è scontato perché anche i nostri avversari, come noi, stanno intensificando gli sforzi per migliorare. A nostro vantaggio ci sono il sostegno di una tifoseria eccezionale e il potere di un mito che vogliamo a tutti i costi continuare ad alimentare. #essereFerrari è anche questo”.

 

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