C’ero anch’io

Nick mason e la sua Ferrari 250 GTO

Nick Mason, famoso batterista dei Pink Floyd, nostro appassionato collaboratore e noto collezionista di Ferrari, ricorda i tempi in cui la musica di questa leggendaria band era la colonna sonora della controcultura della West Coast della fine degli anni sessanta

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Da quando, nel 1964, i Beatles hanno guidato la cosiddetta invasione britannica, si è cominciato a parlare della “conquista” degli Stati Uniti da parte dei musicisti inglesi. Il mio primo viaggio negli States è stato in realtà molto meno trionfale: ingenuo studente di architettura, sono arrivato alla metà degli anni sessanta per una vacanza estiva. Detroit, cuore pulsante dell’industria automobilistica, era ancora in piena attività e le grandi berline cromate affollavano le strade.

Tuttavia, la mia esperienza iniziale con il mondo dei motori si è limitata a un proficuo accordo con la società di autobus Greyhound Lines che, in cambio di $99, mi garantiva viaggi illimitati in tutto il paese per tre mesi. Entusiasta di questa soluzione, mi sono imbarcato in un viaggio coast-to-coast che, in soli tre giorni, mi ha portato da Manhattan alla mitica West Coast. È stato indubbiamente educativo, sia dal punto di vista fisico che sociale, sebbene non molto diverso, immagino, dai piani di viaggio del Capitano Bligh del Bounty quando sono stati modificati dagli ammutinati.

Sono nate strette amicizie e, all’arrivo a San Francisco, l’esperienza fisica di dormire sul sedile di un pullman con soste di non più di 20 minuti suggeriva che, dopo tutto, le compagnie aeree low-cost non sono poi così male e che non c’è niente di meglio che viaggiare sulla propria auto sulle superstrade americane.

Forte di questa consapevolezza, insieme a un compagno di studi ho investito una somma modesta in una Cadillac del 1953, una Eldorado credo. Così attrezzati, abbiamo guidato da Lexington, in Kentucky, ad Acapulco, in Messico. Solo più tardi mi sono reso conto che si trattava un’impresa di gran lunga più impegnativa di una partecipazione alla Carrera Panamericana. Non parlavamo spagnolo e non avevamo certo un interprete, né assistenza tecnica o una cartina che si potesse definire tale.

Inaspettatamente, solo un anno dopo, mi sono trovato a sbarcare da un Boeing 707 all’aeroporto di LA con una nuova professione scritta sul passaporto: mi descriveva ottimisticamente come “musicista”. Devo dire che anche adesso, oltre 40 anni dopo, provo ancora lo stesso fremito di anticipazione e piacere arrivando in quella che è sempre apparsa come la mecca del business della musica.
Anche se il Regno Unito ha prodotto gran parte della musica migliore (Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin, Who tra gli altri), l’autostrada M4 da Heathrow a Londra non è certo pregna di quella solare sensazione di possibilità dei boulevard fiancheggiati dalle palme di LA, elemento base di ogni documentario e promo del rock sin dall’invenzione dei video.

“Los Angeles e San Francisco erano mete imperdibili, centri nevralgici dell’industria musicale.”
Los Angeles e San Francisco erano mete imperdibili, centri nevralgici dell’industria musicale. Oltre ai musicisti, c’erano persone come Sam Jonas Cutler. La prima volta che ho incontrato Sam è stato a Notting Hill, dove credo fosse stato un insegnante di sostegno. Questo lo qualificava perfettamente per diventare un organizzatore di spettacoli rock.

Dopo aver organizzato il mitico concerto degli Stones a Hyde Park, si era unito al gruppo ed era finito in California, dove aveva sostituito la giacca di velluto a coste con una di pelle con le frange e dei baffi alla Viva Zapata che gli conferivano il look alla Buffalo Bill, obbligatorio all’epoca per i musicisti della West Coast.

Un look che si poteva ottenere facendo shopping da Nudie. Nudie Cohn faceva vestiti per tutti i grandi cantanti country e western e aveva una Pontiac Bonneville convertibile con cruscotto e carrozzeria ricoperti di dollari d’argento, maniglie delle porte e leva del cambio a forma di Colt 45 e delle enormi corna pronte a infilzare lo sfortunato pedone che incrociasse la sua strada.

Comunque, dopo il disastro di Altamont (un concerto gratuito con la partecipazione degli Stones, durante il quale Meredith Hunter fu assassinata dagli Hells Angels), Sam era riuscito a riprendersi rapidamente, entrando a far parte del team dei Grateful Dead e finendo per diventarne tour manager. E, a proposito di qualifiche, i componenti di una delle nostre migliori road crew avevano un passato da infermieri psichiatrici.

Gli alberghi erano ritrovi per le feste. Il Continental Hyatt House sul Sunset Strip, meglio conosciuto come la “Riot House”, in particolare, godeva di una pessima fama. La loro politica era quella di non accettare lamentele dai residenti sostenendo che si adoperavano per l’industria musicale. Era insolito che non ci fossero almeno altre tre band in uno di questi alberghi. Durante uno dei nostri primi tour abbiamo incontrato Frank Zappa e una band per cui faceva il produttore all’epoca, i GTO. Non era un riferimento a Gran Turismo Omologato, ma a una band di sole donne: GTO in questo caso era l’acronimo di “Girls Together Often”.

So che i giorni delle strade sgombre, dei parcheggi facili e dei cieli senza smog sembrano un sogno lontano, ma il Whisky A Go Go c’è ancora, così come l’Hollywood Bowl. (I Pink Floyd si sono esibiti nel primo alla fine dell’ottobre 1967 e hanno presentato per la prima volta The Dark Side Of The Moon per intero al Bowl nel settembre 1972, sei mesi prima dell’uscita dell’album.)

All’inizio, per il viaggio utilizzavamo un’auto a noleggio per band (quattro persone) e manager (una persona) e una grossa familiare con rimorchio per le attrezzature e i tecnici (due persone). Queste dovevano essere prelevate all’arrivo all’aeroporto insieme alle apparecchiature del tour spedite come bagaglio extra. All’epoca c’era un addebito standard di $10 per ogni unità di bagaglio extra. Tutte le nostre attrezzature potevano essere spedite dalla East Coast alla West Coast per meno di $1.000, ma lo scotto da pagare era una folla di passeggeri inferociti dietro di noi al check-in e un addetto della linea aerea per niente entusiasta al banco.

Ricordo distintamente il nostro primo viaggio da LA a San Francisco, lungo la Pacific Coast Highway. Non solo il panorama era mozzafiato (e lo è ancora, nonostante la preoccupante abitudine di franare regolarmente sulla strada sottostante) ma, grazie alla radio FM locale della California che cambia in continuazione, il nostro viaggio aveva una colonna sonora di una fantastica varietà.
Ci siamo fermati al Nepenthe, il famoso ristorante hippy a Big Sur dove tutti i gruppi rock degni di questo nome si erano fermati prima di noi. Sorprendentemente è ancora lì, gestito adesso dai figli e nipoti di quelli che ci hanno servito la cena quella sera. Lo so perché ci siamo fermati lì l’anno scorso tornando a LA da Pebble Beach. Non sembra più così cool oggi, con tutta quella bigiotteria hippy, i cristalli e le magliette tie-dye per i turisti, ma immagino che anche i miei gusti in fatto di moda siano un po’ cambiati.

Un’altra band con cui abbiamo trascorso del tempo è Alice Cooper. Non comprendeva solo Alice e gli altri membri del gruppo ma anche un recipiente di vetro dove era alloggiato un grande serpente che faceva parte dello spettacolo. Non so come si sentissero le cameriere dell’albergo a questo proposito, ma probabilmente meglio di quelle dello Edgewater Inn di Seattle. All’epoca i Led Zeppelin avevano approfittato dell’occasione per pescare fuori dalla finestra dell’albergo. Avevano catturato un piccolo squalo e lo avevano accuratamente sistemato nel letto e coperto con un lenzuolo. Credo che siano stati per un bel po’ nella lista degli ospiti indesiderati.

Il backstage era divertente. A San Francisco eravamo la band di supporto della Big Brother and the Holding Company, il gruppo originale di Janis Joplin. Abbiamo incontrato Janis nella stanza della band e Roger Waters le ha offerto educatamente una sorsata dalla bottiglia di Southern Comfort che aveva con sé. L’ha bevuta tutta d’un fiato…

Parallelamente alla svolta positiva nelle nostre fortune musicali, sono migliorate anche le nostre opportunità per quanto riguarda la guida in America. Tra l’altro questo ci ha consentito di stare a LA e, lusso dei lussi, ognuno di noi ha potuto avere un’auto a noleggio individuale. Dalla foschia di orrende auto americane, emergevano le classiche come la Mustang e, successivamente, la Chevrolet Camaro Z28. Questo era vivere il sogno.

Consumi pazzeschi a cui si aggiungeva l’esasperante rumore prodotto dalle sospensioni sui giunti di dilatazione dell’autostrada e sui tombini del Sunset Strip conferivano certamente un tocco di autenticità. Era la strada per Malibu… E, quando si arrivava ovunque si stesse andando, c’era un servizio di parcheggio per essere certi di non dover mai mettere la retro e imbarcarsi in una manovra di parcheggio che sarebbe risultata più facile con un autobus londinese. Stranamente, all’epoca l’auto a noleggio più prestigiosa veniva dall’Europa, sotto forma di una Mercedes 450SL, che però non aveva quell’affascinante sound allo scarico delle auto americane.

Era anche importante non lasciarsi conquistare da queste auto e portarsele a casa. Proprio come una bottiglia di Retsina aveva un gusto delizioso e romantico su un’isola greca ma un sentore di disinfettante di ritorno a Londra, quelle eccitanti muscle car degli anni settanta diventavano un po’ imbarazzanti in Camden High Street. Molto meglio viaggiare su un Winnebago e portarsi l’auto a casa per usarla nel paddock di Silverstone.

Alcuni dei miei ricordi più belli dell’automobilismo statunitense riguardano l’eccezionale rete di contatti con altri appassionati come me. Il mio primo contatto, all’inizio degli anni settanta, è stato con uno straordinario appassionato di Aston Martin di nome Charlie Turner, che viveva ad Atlanta, in Georgia credo, e aveva una macchina uguale alla mia. Ricordo ancora la prima telefonata, quando mi ha chiesto come mi avrebbe riconosciuto. Ho descritto il mio abbigliamento davvero poco consono che, all’epoca, prevedeva stivali di serpente, calzoni stampati William Morris e un caftano. Mi ha detto divertito di cercare un tipico bianco grande e grosso alla guida di un pick-up.

Da allora, una lista di contatti raccomandati mi avrebbe fornito opportunità illimitate di sognare davanti a fantastiche collezioni di auto, guidare mezzi spettacolari e mangiare nei ristoranti migliori. Fortunatamente questo va avanti ancora oggi e non mi sognerei mai di soggiornare a LA senza contattare almeno due di questi amici pazzi per le auto per vivere lo stesso tipo di esperienza. La fama della città di essere il nirvana degli appassionati di motori è assolutamente meritata. Ma sto divagando.

Ricordo anche un periodo meraviglioso nella metà degli anni settanta, quando abbiamo tenuto una serie di concerti a Scottsdale, in Arizona. La società di autonoleggio locale noleggiava dune buggy, un’esperienza nuova per tutti noi. Inevitabilmente, una mezza dozzina di appartenenti all’entourage della band si è diretta nel deserto per ricreare la famosa e famigerata corsa Baja 1000. Dopo una serie di (dis)avventure abbiamo lasciato dietro di noi diversi veicoli fuori combattimento e siamo tornati con un paio di vetture che funzionavano ancora.

Purtroppo non siamo stati assolutamente in grado di descrivere agli addetti dell’autonoleggio dove avevamo lasciato le altre. “Vicino a un grande cactus” non sembrava proprio il massimo delle indicazioni. Credo che siano state recuperate nei mesi successivi. L’altro aspetto memorabile di questa città era il fatto che la divisione traffico del Dipartimento di Polizia era stata dotata, incredibilmente, di DeLorean e ogni scusa era buona, anche l’inseguimento più modesto, per mettere in mostra tutta la loro potenza sottoutilizzata.

“Musicalmente, San Francisco era ancora più eccitante di LA per i Pink Floyd”
Musicalmente, San Francisco era ancora più eccitante di LA per i Pink Floyd. Al Fillmore e al Winterland di Bill Graham, facevamo parte di una squadra che comprendeva Janis Joplin, Richie Havens e Santana. Data l’ingestione sin troppo frequente di droghe da parte di alcuni, era prudente non accettare passaggi e molto meglio lasciare in garage le Porsche con accessori psichedelici. Allora come oggi, è consigliabile riservare l’impetuosa guida sportiva ai percorsi ben fuori dalla città e il tragitto verso la gloriosa Napa Valley, la regione dei vigneti, e Monterey, sulla costa, è davvero entusiasmante come avete sentito o letto. Insieme alla Highway One, questo è veramente territorio Ferrari, l’ideale per guidare una California Spider 250 GT del 1961 a passo corto, col tettuccio abbassato.

Vista la carenza di questo particolare modello, Ferrari ha gentilmente fatto la cosa giusta e ha prodotto il suo successore: la nuovissima California T. Con il tettuccio apribile più smart al mondo, un nuovo motore (turbo!) e un abitacolo estremamente spazioso, è senza alcun dubbio una degna erede. E, inoltre, c’è molto più spazio per caricare a bordo quelle famose casse di vino locale.

Da issue 24, March 2014

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