Spiriti liberi

Spiriti liberi

Come possono gli sport motoristici adattarsi ai tempi moderni per attrarre la net generation, cresciuta in un nuovo contesto socioeconomico e con una diversa
concezione della libertà e della mobilità?

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La passione per le corse è un fatto di cultura? Dopo tanti anni sui circuiti penso di poter dire di sì. Proviamo a capirci pensando a cosa si intende per cultura: il termine viene dal latino e significa coltivare. Coltivare vuol dire seminare, far crescere le piante e raccoglierne i frutti. La cultura è proprio questa e, se da ragazzini ci portano a vedere una gara automobilistica e ci piace, quello sarà il seme che sviluppandosi si trasformerà in passione. Questo modello di diffusione della cultura dell’automobile e delle competizioni che da sempre la vedono protagonista, è stato figlio di un mondo che, per oltre cento anni ha avuto l’automobile come un punto di arrivo unico per i propri valori principali: potenza, libertà e simbolo.
Questi valori sono rimasti più o meno immutati per anni: le strade, prima ancora delle piste, consentivano di sentire l’ebbrezza di una potenza che, soprattutto per i maschi, diventava estensione del proprio sogno sessuale. La libertà, quella di andare ovunque, in qualunque momento, senza limitazioni di orari e di disagi dati da mezzi pubblici spesso lenti, scomodi o costosi. Il simbolo, quello di status, era costituito dall’esibizione dell’auto come prova del proprio successo nella gerarchia economica e sociale.
Anche se il mondo è cambiato, ci accorgiamo che questi valori sono ancora tutti parte del vissuto dell’auto. Con una differenza però: il loro modo di essere vissuti ed espressi, cambia radicalmente da paese a paese. Gli americani, per esempio, si sono abituati presto ai limiti di velocità ma non per questo hanno smesso di amare le auto potenti e sportive. Di queste hanno imparato ad apprezzare il carattere, quasi fossero esperti domatori di cavalli selvaggi da loro abilmente gestiti. Dall’altra parte del mondo, in Cina ed ora anche in India, il desiderio del possesso dell’automobile è paragonabile a quello che conobbe l’Europa nel dopoguerra e il piacere del possesso di un mezzo proprio si trasforma automaticamente in messaggio del proprio successo personale.
Potremmo guardare altri mille casi, trovando risposte sempre diverse ma sempre motivate. Tutte risposte che confermano come i valori fondamentali dell’auto non siano cambiati.
Quello che è cambiato, invece, è il contesto socio-culturale nel quale ci troviamo: l’auto non è più una scelta di libertà assoluta. Sono tanti i modi per spostarsi rapidamente e facilmente. Rispetto a prima ci troviamo spesso a decidere se usarla o meno. Quesito un tempo pressoché sconosciuto. Per non parlare del profondo mutamento delle nostre abitudini di vita: siamo tutti collegati in rete e possiamo organizzare video-conference al posto di viaggi oppure, saggiamente, pensare al mondo che ci ospita e per il quale avere rispetto, spostandoci più razionalmente.
Questo stato di cose si riflette fatalmente sulla formazione culturale dei giovani. Tolta la Formula 1 e alcune grandi corse internazionali, lo sport automobilistico ha perduto spettatori e non sembra capace di recuperarne. Invece di sorprendersi, però, bisognerebbe pensare che se il mondo cambia, il modo di fare le corse non può rimanere lo stesso. Il sogno di un’automobile inarrivabile trovava nelle corse la possibilità di identificarsi in eroici protagonisti di un sogno forse impossibile. Ma oggi l’auto è alla portata di tutti e il sogno si limita a pochi modelli rari e inarrivabili, come le Ferrari. Questo non basta da solo ad alimentare il grande fuoco della passione. Gli sport motoristici devono sapersi trasformare in qualcosa che per divertimento, ardimento e potenziale aspirazione, possa attrarre la gente suscitando la passione già dalle gare così dette minori. Gli americani lo hanno capito per primi e i successi di Nascar e Formula Indy lo provano. Lo fa abbastanza bene anche la Formula 1, pur nel mantenimento dell’errore perverso costituito dal lasciare i piloti troppo lontani dal pubblico, prigionieri di una gabbia d’oro chiamata paddock, assurdamente inaccessibile. Ma le formule così dette minori non sembrano capaci di rinnovarsi. Non sembrano in grado di interpretare il desiderio di scanzonata follia che anche la net generation, quando chiude il tablet o lo smartphone, vuole esprimere. Lo sporting spirit dovrebbe diventare un po’ “crazy sporting spirit”. Sarebbe un modo per tenere alto il livello della passione anche nel nuovo mondo che la rete ed i bit ci hanno portato.

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