Garanzia di valore

Garanzia di valore

Il reparto Ferrari Classiche a Maranello svolge un’attività fondamentale in questo momento di continua crescita del valore delle Ferrari: quella di certificarne l’autenticità. In più, se richiesto, garantisce restauri nel pieno rispetto dei progetti originali

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“Oltre il piazzale, sulla sinistra. Ferrari Classiche è lì, nella parte storica dello stabilimento, dove una volta c’erano la fonderia e il reparto esperienze”. La mano che indica dalle finestre del suo ufficio, attraverso le veneziane abbassate a metà, è quella di Piero Ferrari, figlio di Enzo, vicepresidente dell’Azienda e presidente del Comitato di Certificazione (COCER) di Ferrari Classiche. Lo abbiamo incontrato in questa veste per farci guidare in quegli ambienti dove tutto è iniziato. Dove le Ferrari di un tempo, quelle che hanno generato il mito, hanno preso forma e dove oggi tornano per ritrovare quella forma. O anche solo per verificare che non l’abbiano persa.
“A noi interessa il momento zero di una vettura, ovvero quando è uscita dal cancello per la prima volta”, mette subito in chiaro l’ingegner Ferrari mentre ci avviciniamo all’ingresso del reparto Classiche, un’ampia porta a vetri che puoi oltrepassare soltanto strisciando un tesserino magnetico. Una volta dentro, ci sembra che quelle storiche mura restituiscano rumori, voci, addirittura odori, com’era quello magico dell’olio di ricino bruciato. Abbiamo la sensazione di percepire la “Sua” presenza, quella del Commendatore, di Enzo Ferrari. Ne possiamo immaginare la figura mentre si aggira per controllare, per stimolare i suoi uomini. A riportarci alla realtà è una 250 Testa Rossa, sollevata su un ponte. Accanto c’è una 250 Le Mans con il suo mastodontico cofano motore sollevato, quello che qui viene chiamato “cofango” perché unisce alla funzione di cofano anche quella di parafango, coprendo le ruote.

“A noi interessa il momento zero di una vettura, ovvero quando è uscita dal cancello per la prima volta”

Qui arrivano vetture di collezionisti di tutto il mondo. Gente che di solito ha più di una Ferrari, a volte personaggi famosi. Clienti che affidano automobili preziose a Ferrari Classiche contando sul suo patrimonio assolutamente esclusivo: l’archivio. Nella sala a destra dell’ingresso, tutta scaffali e faldoni, con un ampio tavolo per la consultazione, sono conservati i dati di ogni singola auto costruita dal 1947 in poi. Di tutti i modelli ci sono le schede di montaggio, di ogni esemplare c’è la fattura. Ci sono i disegni costruttivi di qualsiasi componente e le comunicazioni interne che riguardano modifiche o allestimenti speciali. “Una fonte dati veramente unica – dice orgoglioso Piero Ferrari – che ci permette, nel caso non fossero più disponibili i ricambi originali dell’epoca, di ricostruire il componente a disegno in modo perfetto. Questo è un servizio che solo la Ferrari, come Casa, può fornire certificando, di fatto, questi ricambi”. Ferrari Classiche garantisce, quindi, un restauro a regola d’arte.
“Ferrari Classiche garantisce un restauro a regola d’arte”

Ma sono tanti i collezionisti che si affidano a Ferrari Classiche anche solo per richiedere la certificazione delle proprie vetture. Per poter affermare che la loro auto, con quei numeri di motore, di telaio e di trasmissione e con quella carrozzeria, corrisponda effettivamente a quella che la Ferrari ha venduto in un certo giorno di un certo anno. “Esistono casi facili e casi difficili. Noi le definiamo così”, spiega Ferrari. Una 328 GTB con due proprietari, poche migliaia di chilometri percorsi e tagliandi effettuati sempre in un’officina autorizzata è un caso facile. Una vettura degli anni Cinquanta o Sessanta, senza più il suo motore, magari con parti ricostruite, può diventare un caso difficile. “Le vetture da corsa – aggiunge Piero Ferrari – sono le più complesse. Durante la loro carriera subiscono modifiche, aggiornamenti, magari incidenti. Non finiscono mai la loro vita con gli stessi componenti con cui sono nate. Noi, per certificarle, dobbiamo ricostruirne la carriera sportiva, confrontare le foto di quando sono state vendute con quelle delle gare a cui hanno partecipato. Spesso chiediamo la consulenza di persone che hanno lavorato nel vecchio reparto corse. Dobbiamo risalire a ogni eventuale modifica e riportarle al famoso momento zero”. Ci sono, è vero, delle eccezioni per quelle vetture che sono documentate come modificate fuori dalla Ferrari ed hanno avuto trascorsi storici dimostrati. Basti pensare alla 250 SWB che il Conte Volpi di Misurata fece ricarrozzare per Le Mans, nota come Breadvan, o quella di Giannino Marzotto, soprannominata l’Uovo.


Riportare una vettura al suo stato d’origine può significare intervenire in modo anche radicale. La filosofia di restauro di Ferrari Classiche nasce, di fatto, dagli stessi criteri di certificazione. “Anni fa, a Pebble Beach, ero con Sergio Scaglietti che, vedendo una Barchetta da lui carrozzata, disse: ‘Io non ricordavo mica di averla fatta così bella’. Il restauro era andato oltre l’aspetto della macchina da nuova. Ecco, noi evitiamo l’over-restored ossia, nel momento in cui rimettiamo a nuovo un componente o lo ricostruiamo, non andiamo oltre quelle che erano le tecnologie dell’epoca”. Anche se quelle di oggi sono migliori e più avanzate: “Siamo molto esigenti persino sui materiali, per esempio sui metalli che si usavano, e che quindi noi usiamo, per le fusioni”. E’ questo il motivo per cui, nel caso di una certificazione “difficile”, di fronte a un componente sospetto, i commissari di Ferrari Classiche ricorrono anche all’esame metallografico, cioè all’analisi della struttura di una lega.
Nello stesso giorno del nostro incontro, Piero Ferrari ha partecipato a una seduta del COCER. “Ce ne sono un paio al mese”, ci racconta. “Le presiedo io e sono sempre io a firmare il certificato che viene rilasciato quando approviamo una vettura”. Domandiamo i numeri: la commissione ha appena valutato una trentina di proposte, cinque o sei erano “casi difficili”, due le vetture “rimandate”. Già, perché Ferrari Classiche, nel caso una vettura non venisse certificata, fornisce al proprietario le indicazioni per risolvere il problema e per poterla sottoporre una seconda volta alla commissione. “Una delle ‘rimandate’ di oggi – ci mette al corrente Ferrari – ha la scatola ponte senza numero e la fusione sembra avere una forma diversa da quella originale. Al proprietario consiglieremo di cercarne un’altra, un ricambio originale dell’epoca o proveniente da un’auto dello stesso tipo. Oppure può affidarsi a noi per ricostruirla sul disegno originale e con materiali conformi”. Chiediamo: esistono margini entro cui sia possibile accettare una vettura che, per esempio, monta un motore del tipo corretto ma il cui numero di serie non corrisponde con quello riportato nei registri della Casa? “Il proprietario deve fornire tutta la documentazione che attesti la provenienza di quel motore”, risponde severo Ferrari. “Se arriva da noi una Daytona con un motore il cui numero, in origine, apparteneva a un’altra Daytona, noi dobbiamo sapere se questa seconda macchina esiste e se, in caso, ha sotto un altro motore ancora. Dobbiamo essere in grado di incrociare tutti i numeri. Ricerca lunga, impegnativa e certo non banale”. Domandiamo ancora: una volta ricostruita la storia e documentate le “anomalie”, una vettura con un numero di motore non suo ha lo stesso pedigree di un’altra dello stesso modello ma tutta originale? “Non esistono gradi di certificazione – spiega ancora Piero Ferrari – la vettura o passa o non passa. Il certificato, però, può contenere note che evidenziano e descrivono quelle che noi chiamiamo non conformità derogabili”. Per esempio le tinte esterne e interne: se una certa vettura è nata color oro e il proprietario l’ha riverniciata rossa, la commissione l’accetta ma sul certificato lo scrive. “Lo stesso accade con le ruote della 275 GT’, a molti piacciono le Borrani a raggi ma noi sappiamo che quel modello non nasce così. Quei cerchi erano venduti a ricambio”.
La certificazione Ferrari Classiche, struttura nata nel 2006 da un’idea anche di Piero Ferrari che si definisce “uno degli attori”, sta diventando un documento sempre più prestigioso. Lo dimostrano anche le aste dove, negli ultimi anni, un esemplare che ne sia provvisto parte con un riconosciuto vantaggio. “C’è persino chi il nostro certificato l’ha falsificato”, ride l’ingegner Ferrari. “Significa allora che conta davvero”.

Da issue 23, Yearbook 2013

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