Indy rock

Dario Franchitti and the nose of a 250 GTO

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Nato a West Lothian, Scozia, Dario Franchitti ha vissuto negli USA dal 1999 e vanta un curriculum lungo e intenso che include anche tre vittorie alla 500 miglia di Indianapolis. Lo abbiamo incontrato durante una visita nel Regno Unito per parlare della sua carriera e dell’amore eterno che lo lega alla Ferrari

Nonostante le raccomandazioni fatte come di consueto a mia figlia di scegliere accuratamente e di sposare un dentista, un avvocato o un banchiere (questo prima che questa occupazione sprofondasse nel declino), lei ha optato, saggiamente, per un pilota professionista. Ovviamente non bisogna mai dare retta ai consigli dei genitori quando si parla di matrimonio. Marino non è solo un uomo delizioso e un padre entusiasta, ama anche parlare di vetture all’infinito e si è presentato con un’intera famiglia di piloti professionisti, tra cui il fratello maggiore, Dario Franchitti.

La cosa bella, quando si parla con Dario, è che ci si trova di fronte a un pilota, un collezionista e un fan entusiasta allo stesso tempo

Ovviamente questa intervista è stata un po’ come un ritrovo famigliare che ha consentito di fare tutta una serie di digressioni durante la pausa pranzo, che i lettori, spero, troveranno divertenti, e non fonte di distrazione. L’unica delusione per me è che l’interesse mostrato nei confronti del racconto dettagliato del mio quarto posto alla cinque giri di Silverstone è stato surclassato dai piazzamenti sul podio nella Le Mans americana da parte di Marino e dai racconti dei trionfi nell’ambito di NASCAR e Indianapolis da parte di Dario. Serve un istante per comprendere la totale dedizione di Dario alle vetture e alla guida. Non solo se la è spassata alla grande con la F12berlinetta nel breve viaggio dal campo di aviazione alla pausa pranzo, ma mentre eravamo seduti fuori in una giornata d’estate straordinariamente bella, il rumore di qualsiasi nota interessante allertava la sua attenzione e, se la vettura meritava, veniva seguita nella sua traiettoria e commentata al suo passaggio. La cosa bella, quando si parla con Dario, è che ci si trova di fronte a un pilota, un collezionista e un fan entusiasta allo stesso tempo. Questo significa che conosce più approfonditamente di tanti altri non solo le specifiche e i dettagli estetici, ma anche le prestazioni effettive, che vengono prese in considerazione solo raramente da chi possiede una supercar (a meno che non sia costretto a compilare i moduli dell’assicurazione). L’altra qualità eccezionale che emerge è la generosità di spirito di Dario quando parla dell’aiuto prestato ad altri durante tutta la sua carriera. Abbiamo parlato ampiamente del fatto che la Scozia ha prodotto un quantitativo realmente significativo di talenti alla guida e non solo in Formula Uno. I campioni mondiali di rally del calibro di Colin McRae e i vincitori della Le Mans come Allan McNish si uniscono a Jim Clark, David Coulthard, Johnny Dumfries, Paul di Resta e, ovviamente, Sir Jackie Stewart, a cui è già stato dedicato un articolo della rivista. Oltre ad argomenti come guida spericolata a bordo di supercar, abbiamo anche parlato della propensione degli organizzatori a regalare trofei dai piedistalli e coperture con il vizio di cadere nei momenti più inopportuni. Una virtù abbastanza da specialisti nella mia esperienza. Ho l’impressione che la carriera scintillante di Dario negli USA con quattro titoli IndyCar, tre vittorie alla 500 miglia di Indianapolis e altri innumerevoli premi, unita al suo entusiasmo, alle sue maniere semplici e a un’onestà disarmante sarebbero stati di grande aiuto nel mondo molto più strutturato della F1. Sicuramente la sua presenza allieterebbe un po’ quelle interviste post-corsa …

The Official Ferrari Magazine: Negli USA il tuo nome gode di grande notorietà. E’ bello essere rientrato nel Regno Unito?

Dario Franchitti: Oh, anche questa per me è casa. Quando vado in Scozia, mi sento a casa, anche se mi sono trasferito negli USA nel 1999. Quando si parla di corse, mi sento più a casa qui però. Il modo di fare mi è molto famigliare. Quando vado a vedere un GP di F1 o una gara automobilistica, mi sembra tutto un po’ diverso.

TOFM: Il settore delle corse automobilistiche è veramente così tanto più accessibile negli USA?

DF: Certamente sì. Il paddock è completamente aperto. Quando ti avvicini alla griglia di partenza hai i fan accanto a te. La vettura viene sospinta tra la folla di persone. La F1 è un mondo a sé. Le manovre politiche non mancano neanche nella IndyCar, ma sono proporzionali ai quantitativi di denaro in gioco e i budget della F1 sono notevolmente superiori a quelli dell’IndyCar. Ma è così in tutti gli sport. Tutti cercano il proprio tornaconto.

NM: Per certi versi il sistema USA e l’accessibilità delle corse consente ai piloti di sviluppare una propria personalità e di sapersi ‘vendere’ con maggiore efficacia. In F1 a volte hai la sensazione che le squadre sminuiscano i piloti il più possibile… [la Bugatti T35 di Mason arriva con un gran fragore, alla guida c'è il capo meccanico Charlie].

DF: Ma guarda un po’! E’ così che ti presenti per pranzo…

TOFM: Hai anche interpretato una parte in un nuovo film, Turbo.

DF: Sì. La Dreamworks lo sta realizzando. E’, di fatto, un film d’animazione, molto simile a Shrek

NM: Sì, Dario, lo so che cosa si intende per film d’animazione.

DF: Il mio ruolo era quello di “consulente per le corse”. Parla di una lumaca che vuole partecipare alla 500 miglia di Indianapolis. Viene tuffata in ossido di azoto e acquisisce “poteri speciali”. L’obiettivo era rendere i frangenti di gara i più realistici possibili, anche se qui stiamo parlando di una lumaca che va ai 370 chilometri all’ora. Mi hanno chiesto “Che impatto ha la deportanza sul guscio di una lumaca?”. Il livello di dettaglio è allucinante. Sono state riprodotte anche le dentellature sui cordoli. Ci siamo seduti in una stanza a Los Angeles e abbiamo guardato assieme la 500 Indy del 2010 e mi hanno fatto domande sulle traiettorie di curva e su come i piloti impostano l’uscita dalla curva. Ho dovuto spiegare cosa sono le ‘biglie’ [pezzi di gomma staccati dagli pneumatici]. Dissi: “Chiamate la Firestone e chiedete che ve ne spediscano alcune”. E loro hanno letteralmente spedito alla Dreamworks un secchiello di biglie. Ryan Reynolds dà la voce a Turbo. Ken Jeong, che ha recitato in The Hangover, e Samuel L Jackson danno la voce agli altri personaggi. Mario Andretti ed io interpretiamo altri personaggi.

TOFM: E’ tutto un po’ surreale.

DF: Sì. [pausa] Tutto è, di fatto, surreale. Trovarsi nel cerchio dei vincitori dopo la Indy 500. La prima volta che l’ho vinta ero semplicemente … scioccato. Ci pensi, ovviamente ci pensi, ma non pensi che accadrà mai realmente.

NM: E poi ti trovi nell’ambiente delle corse. La pressione. La gente che non fa altro che ricoprirti di complimenti. E’ un po’ come Hollywood.

DF: Per certi versi nelle corse automobilistiche cresci molto rapidamente. Ma per altri versi, rimani uno sprovveduto. E si tratta di una piazza dove i problemi, personali o professionali, vengono esposti a tutto l’intero pubblico.

NM: Di fatto gli sport motoristici ricordano un po’ la mafia celtica. Dovremmo farci qualche indagine sopra.

DF: [risata] Beh, i precursori sono stati Innes Ireland e Jim Clark. Jim è stato probabilmente il miglior pilota di tutti i tempi e sicuramente il migliore del suo periodo. Poi è arrivato Jackie [Stewart] e Jim ne è stato effettivamente il mentore. E poi ha vinto i suoi tre titoli mondiali. C’è stato Gerry Birrell, che è stato purtroppo ucciso durante le sessioni di prova di una gara di F2 e che sarebbe certamente diventato qualcuno. C’è stato un momento di calma prima che arrivasse David Leslie. Quando ho cominciato [all'inizio degli anni 1990] c’erano David Coulthard e Allan McNish, che erano un po’ più avanti a me. Tutti e tre correvamo per David, poi siamo stati scelti da Jackie e questo ci ha consentito di fare il grande passo. Avevo davanti a me l’esempio di alcuni altri piloti scozzesi che avevano compiuto lo stesso percorso, quindi la cosa mi sembrava a portata di mano. E poi, ovviamente, c’era Colin McRae. Per me aveva lo stesso talento nel mondo del rally che Jim Clark aveva su una vettura da corsa. Ho fatto guidare le mia F40 a Colin ed è stato incredibile. Nel suo stile di guida non c’è nulla di aggressivo, è tutto semplicemente all’insegna di un controllo totale e sublime. Me ne sono stato seduto a pensare: “questo è un vero e proprio privilegio”.

TOFM: Hai pensato una cosa simile?

DF: Sì. Non so che cosa fosse, se si può parlare di equilibrio o di coordinamento mano-cervello…lui ce l’aveva. Non gli mancava nulla. Una volta mi ha inseguito a bordo di una Jaguar e io guidavo una F40, ma è meglio non scendere nei dettagli [risata].

TOFM: Gli scozzesi tendono ad essere aggressivi e patriottici, soprattutto quando si parla di sport.

DF: Sono orgoglioso delle mie origini, ma non sono così aggressivo. Mi irrita vedere persone che uniscono l’orgoglio per le proprie origini con un odio automatico verso i cittadini di altre nazioni. Le due cose non c’entrano l’una con l’altra. Ma di certo è importante essere orgoglioso del paese che ti ha dato i natali. E’ stato bellissimo vedere Andy Murray vincere a Wimbledon. Che spettacolo che è stato. Quel fine settimana correvo anch’io, mi stavo preparando, cercando di concentrarmi sulla gara, ma mentre ero sul motorhome ricordo che la televisione stava trasmettendo le immagini e l’unica cosa che sentivo erano le urla di mio fratello che diceva: “dai, Andy, forza!”. “Marino, per l’amor del cielo, stai zitto!!”. Andy è un grande. E’ un bell’uomo ed è davvero divertente. E’ incredibile lo sforzo al quale viene sottoposto il corpo di quei ragazzi durante una lotta di quel tipo. Andy aveva una Ferrari, una F430. E’ stata la sua prima vettura. E lui adora il kart in maniera profonda.

NM: Interessante. Di solito se sei abile in una disciplina sportiva, impari a padroneggiarne altre rapidamente. I tempi di reazione ecc. Simon de la Tour, che gestiva in passato la Winfield Racing School, mi disse una volta che i piloti più portati sono gli sciatori.

DF: Stavo proprio per dire la stessa cosa. E’ una questione di velocità e di fluidità.

NM: Praticamente tutti gli sportivi nutrono una brama per il golf. Io personalmente non rientro in questa schiera, ma è interessante vedere in quanti avvertano questo desiderio.

DF: Alla fine dei conti nella maggior parte degli sport, quando arrivi ad un certo livello in ogni caso, è la forza della mente a fare la differenza. E il golf richiede una forza mentale pura. O la mente segue il flusso del gioco e crea strategie oppure ti irrigidisci. Nelle corse automobilistiche non ti puoi permettere di perdere la concentrazione neanche per un secondo. Devi avere una perfezione millimetrica, l’auto ti scivola via e la concentrazione è la cosa principale. Controllare le tue emozioni, imparare a guidare mentre stai pensando a quali altre cose devi fare. A mio avviso Jackie era bravissimo in tutti questi aspetti.

NM: E’ dotato di grande forza mentale, ma ha anche insegnato ai piloti come gestire il rapporto con i media e come presentarsi. Questo aspetto ha fatto andare giù di testa alcune persone, ma forse questa sua minuziosità deriva dalla sua dislessia. Se conosci i problemi, li puoi gestire con metodo. Non sa leggere né scrivere correttamente a livello ortografico, ma è in grado di memorizzare un circuito così [schiocco di dita]. Oltre a tutto il resto.

DF: Se fosse seduto qui adesso [si guarda in giro nel giardino del locale], vedrebbe tutte quelle piccole cose che devono essere sistemate. Ci ha anche spedito a fare dei corsi di public speaking. Andavamo a farci sistemare gli abiti e lui magari diceva al sarto: “Attento che ha una gamba più corta dell’altra”…. “Ah sì, hai ragione Jackie, è vero”.

NM: Quando si parla di abbigliamento Jackie detta legge. Non ci sono dubbi.

DF: [Risata] Vi dico una cosa, ha un fiuto per le auto che nessun altro ha. Eravamo soliti organizzare delle giornate in pista con lui. Tu facevi il tuo giro, dandoci dentro alla morte, poi saliva lui in auto e si faceva il suo giro, con la stessa agilità di una nave da crociera. Tranquillo e uniforme. E il suo giro era sempre tre secondi più veloce. [Pausa] Non c’era dubbio. Impossibile. E poi lo rifaceva, ancora e ancora. Riesci a fare cose del genere se senti la vettura e hai esperienza. Se ascolti attentamente, e io spero di averlo fatto, puoi sviluppare una capacità simile. Non penso che in lui fosse innata questa facoltà. [Pausa] Sentire le ruote sotto di te. Non è cosa da poco, no? Ricordo di una volta che avevo un problema. Correvo negli USA in quel periodo e lui era al telefono. Stava chiedendo delle informazioni che penso volesse inserire nella sua autobiografia. Gli raccontai che avevo delle difficoltà con una curva e lui mi ha ricordato una tecnica. “Ok, la proverò domani”, risposi. Ovviamente funzionò.

NM: Fantastico. C’è una buona dose di pianificazione e organizzazione per aree.

DF: Ancora oggi non gli viene riconosciuto il suo merito. Ha abbandonato la F1 alle sue condizioni. Non ha mai avuto quel tracollo che colpisce la maggior parte degli sportivi. E non ci ha rimesso la pelle. Forse quello che ha fatto per la sicurezza gli è valso l’accusa di avere rovinato il mondo delle corse automobilistiche. Ovviamente sono tutte cavolate. [Pausa] E’ stato ed è tuttora una persona importante nella mia vita.

NM: [Con risolutezza] Non è stato quello. Credo che alcuni fossero invidiosi del suo successo a livello commerciale, il fatto che avesse capito come funzionava la questione degli sponsor. La sponsorizzazione non è denaro elargito gratuitamente, presuppone uno scambio, una partnership. E Jackie aveva veramente capito come funzionava la cosa. Era una persona molto leale, il che è un vantaggio e uno svantaggio in certe situazioni.

TOFM: Le mie fonti mi dicono che Lei è un grande aficionado Ferrari.

DF: Risale tutto alla 246 Dino che aveva acquistato mio padre. La adorava. La prima Ferrari che acquistai era una 348. Feci una permuta con una Porsche Speedster ai tempi in cui correvo ancora per la Mercedes in DTM. Non era una gran auto, ma quello che di certo non le mancava era il Cavallino Rampante sullo sfondo giallo. Me ne stavo lì e me la guardavo. Ho permutato la 348 per una Testarossa nel 1996. Volevo una Ferrari 12 cilindri, ma non mi potevo permettere una F40. La Testarossa era l’auto sbagliata per me a quei tempi, ma ne guido una da allora e l’ho sempre adorata. Un motore fantastico con il cambio montato nella parte inferiore. Poi firmai per Barry Green [per il Team KOOL Green nel Champ Car World Series del 1998] e il mio premio d’ingaggio fu tutto investito in una F355 Spider. Ce l’ho ancora. Ha uno scarico Challenge Tubi. Con un gran bel sound. La maggior parte delle vecchie auto può essere portata sino al limite di velocità sulle strade normali e ti rendi proprio conto di che cosa sta accadendo. Con le auto moderne non riesci veramente a farlo. Poi ho acquistato la F40. Ce l’ho dal 1999, la adoro. Sia che sia un percorso da 100 km o su pezzo di strada da 10 minuti, non ho mai guidato una vettura più esplosiva in tutto quello che fa.

NM: Mi ricorda il volo di un elicottero. Ci sali sopra e ti viene da dire “bene, adesso…” [si mette seduto bello diritto] Non è un vettura dove sali e parti via subito.

DF: Ti prepari. Devi. Devi essere sempre pronto a reagire.

TOFM: E’ interessante come le vetture da strada possano ancora accendere il nostro interesse. Lei continua ad adorare la F40.

DF: Sì. Ho guidato una vettura con più di 1.000 CV. La velocità massima era di 411km/h, ma la F40… non è una questione di numeri, sono le sensazioni che ti dà. E la F40 è una vettura accecante. Per fare un esperimento, l’ho guidata ogni giorno per una settimana.

TOFM: La F40 è anche tra le tue favorite, vero Nick?

NM: E’ la supercar originale.

DF: Ho raccolto tutte le riviste provenienti da vari paesi del mondo nel periodo in cui la vettura è stata lanciata e in diversi accusavano la Ferrari di una pura attività di marketing cinico. A un anno di distanza non scrivevano più quelle cose. [Risata] Un amico a Nashville aveva una F430 16M Spider e mi divertivo un sacco a guidarla. Poi ho avuto una 599. Poi una è finita in un fossato, schivando un albero e un muro in pietra. E’ una storia lunga.

Volevo un V12 Ferrari, ma in realtà quello che desideravo era una Daytona. Mi piaceva di più la GTO. Avevo una 458, un’auto fantastica, ma avrei dovuto montarci dei sedili da corsa. Un grande errore. E ho acquistato la 550 Barchetta, ex Rod Stewart. L’handling è proporzionato, la distribuzione dei pesi, la potenza erogata al telaio, l’impianto freni… è tutto perfetto in questa vettura. Attualmente ho 15 vetture nel mio garage, oltre alle mie safety car Indy, che stanno arrivando. [Il vincitore della Indy 500 riceve come regalo la safety car impiegata durante la gara].

“Quando ho acquistato la Testarossa, desideravo avere l’auto più veloce che esistesse. Adesso mi preme di più il rapporto d’intesa che si instaura con la vettura”

TOFM: Secondo te cosa deve sapere fare una Ferrari?

DF: Beh, visto che ho appena guidato la F12berlinetta… devo dire che è fenomenale. Davvero. Non pensavo che sarebbe stata in grado di gestire tutta quella potenza, ma ci riesce. Quando ho acquistato la Testarossa, desideravo avere l’auto più veloce che esistesse. Adesso mi preme di più il rapporto d’intesa che si instaura con la vettura. Veloce o non veloce, è il rapporto che deve essere speciale. Tendo a fare fuori le auto abbastanza rapidamente, ma ho anche dei custodi. E tendono a svolgere un lavoro speciale. Quindi per me si tratta di una cosa emozionale. Adesso che ci penso, dopo voglio andare a dare un’occhiata a una F50. Sono un vero e proprio fanatico dell’automobilismo. E’ un problema, lo ammetto. A breve una 275 NART Spider verrà messa all’asta. Potrei essere costretto a vendere un rene.

Da issue n° 22 September 2013

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