Ideale olimpico

Ferdinando Cannizzo

Il coinvolgimento della Ferrari nei successi italiani ai recenti Giochi Olimpici invernali ed estivi, è testimoniato dal lavoro portato avanti da un team di tecnici e ricercatori negli stabilimenti di Maranello

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Entrare nel tempio della Ferrari, Maranello, con una missione: scoprire, incontrare, conoscere chi mette talento, competenza, studio, cervello, lavoro (“tanto lavoro”) al servizio sì di quella Rossa che ha conquistato il mondo intero ma anche, in ordine sparso, di sci, bob, slittino, skeleton, canoa, canottaggio, vela, pattinaggio, sport paralimpico, tiro con l’arco, short track, snow board. Cosa c’entra tutto questo con Maranello? C’entra eccome. Basta guardare gli occhi che trasmettono entusiasmo dell’ingegnere Ferdinando Cannizzo, responsabile di quel team da corsa, da vittoria, che collabora con il Coni (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) per cercare l’oro olimpico, mondiale, europeo in tutti quegli sport che in un modo o nell’altro hanno a che fare con velocità, potenza, cronometro, centesimi di secondo da trasformare possibilmente in millesimi, e quella scienza chiamata aerodinamica. Eccolo qui l’ingegnere aerodinamico Ferdinando Cannizzo, da 18 anni con addosso la maglia del Cavallino, tecnico stimatissimo, che dopo aver vinto con Michael Schumacher, “un grande, un grandissimo, indimenticabile per me la sua prima vittoria con la Ferrari a Barcellona nel ’96 sotto la pioggia” (e poi ne vennero molte altre, insieme ai titoli mondiali della Rossa) è il capitano di quella squadra di 10-12 uomini, alcuni giovani ingegneri (giovane, ma esperto, è anche Cannizzo), che davanti a un computer, sperimentando, simulando, studiando tutti i santi giorni, cerca di inventarsi un bob più veloce, più penetrante, una canoa più aderente all’acqua, una pagaia che penetri e affoghi e riemerga meglio, dieci, cento, mille volte, uno slittino che danzi con più eleganza in quelle curve da brivido, per non parlare di pattinaggio, dei discesisti con le loro lamine o con le loro tute che aderiscano il giusto, di quegli arcieri che, immobili come statue, osano mirare a ciò che all’umano pare impossibile.

E allora Cannizzo se, ancora adesso, racconta emozionato i trionfi del suo vecchio amico Schumi, con uguale trasporto, ripeto con quegli occhi appassionati, ti fa capire che gli stessi brividi li ha provati quando all’Olimpiade giovanile di Insbruck, 22 gennaio 2012, Patrick Baumgartner e Alessandro Grande, hanno strappato l’oro alla favorita coppia austriaca nel bob. Rosso quel bob, come una Ferrari, e con tecnologia e studi Ferrari. Analisi, valutazioni, sperimentazioni, simulazioni che non si sono mai arrestate e che continuano anche oggi.
In quel capannone che a Maranello si spalanca davanti ai nostri occhi, dove due collaboratori di Cannizzo stanno lavorando su un bob che lancerà gli azzurri sulla pista della prossima Olimpiade di Sochi 2014. E con umiltà divertita, Cannizzo si presta a infilarsi dentro quel bob che sta nascendo, che sta evolvendo, che intende divorare insieme ghiaccio, curve, tempo prezioso per regalare una medaglia olimpica all’Italia. Ci sono pesi da sistemare, “bilanciature” da perfezionare, e Cannizzo, alla buona, fa da modello stile bobbista. Anche così si carica la squadra, la si motiva. “Sì, una immensa soddisfazione l’oro – ricorda l’ingegnere in rosso – di quei due ragazzi ai Giochi invernali giovanili. Avevamo lavorato così tanto sul bob, in tempi stretti anche, raccogliendo le informazioni dei tecnici della Federazione, collaborando con loro, ed è arrivata una vittoria che mi emoziona ancora adesso”.
Emozioni da raccontare, e da preparare sia chiaro, ce ne sono ancora. Basta curiosare in quel capannone del lavoro e della fatica, dove si passa dal pensiero all’azione, dove si simula e si mettono in pratica calcoli e studi finissimi, di eccellenza ingegneristica, e si vede una strana macchina. L’umile e sbrigativa ignoranza fa chiedere: cosa è ingegnere quel marchingegno? La cortese e umile competenza del tecnico si mette al servizio della nostra curiosità: “Si tratta della macchina tirafrecce. L’abbiamo costruita in questo laboratorio. Studiata, elaborata, sperimentata, molto utile per l’arco, per le corde, per il movimento dell’atleta, dell’arciere…”. E qui nasce l’altra grande emozione di quest’uomo, ancora impegnato eccome nella Ferrari auto, come responsabile KERS della Gran Turismo, dove anche qui la Rossa impone la legge del più forte. Ma è un uomo di sport e quindi saltava come un bambino quando i nostri Robin Hood azzurri (Marco Galliazzo, Michele Frangilli e Mauro Nespoli), all’Olimpiade di Londra, hanno conquistato l’oro a squadre. Non ha versato lacrime di gioia, come accadde quel giorno già ricordato di Barcellona nel segno di Schumacher, ma ci è andato vicino. “Mi ricordo la telefonata di Stefano Domenicali, la festa interiore che vivevamo insieme”. Poi prese l’aereo, raggiunse anche lui Londra per stringere la mano a quegli arcieri d’oro che avevano sfruttato alla grande la tecnologia Ferrari, dalla testa ai piedi, sì perché a Maranello s’è lavorato anche sulla postura e sul tipo di scarpe usate da Galliazzo e company perché, qui nel Cannizzo team, non si lascia nulla al caso. Si migliorano anche le scarpette.
L’avventura londinese di Cannizzo proseguì felice per merito di Daniele Molmenti, oro nel kayak slalom. Anche qui c’è, più che lo zampino, la testa della squadra Ferrari. Altra fatica portata a buon fine. “Lavoriamo sulla canoa, ma anche sulla pala. Importante studiare l’entrata in acqua dell’attrezzo. Così siamo impegnati anche nel canottaggio”. Soluzioni studiate per aumentare il rendimento in gara, spostamenti infinitesimali, angoli di pagaiata, bilanciamenti, lavoro e contrazione muscolare e mille altre finezze che contano, e molto anche.
Un gruppo affiatato il team Ferrari di capitan Cannizzo. Un’intesa che nasce anche dalla differenza, umana, caratteriale e professionale. Cannizzo spiega la filosofia: “Non bisogna essere tutti uguali, fondamentale in questa esperienza e in un progetto simile è mettere insieme le diverse competenze, facendo prevalere le aeree di forza su quelle di debolezza che sono inevitabili”. In una squadra di assoluta eccellenza tecnica, invidiata in tutto il mondo, è naturale che possano nascere delle tensioni. “Non mi lamento mai della mia squadra, tutt’altro. Arrivare qui significa che tutti hanno delle eccellenze. Tra i miei compiti anche quello di gestire i conflitti, avere l’umiltà, la pazienza per tirare fuori il meglio da tutti noi, dai miei collaboratori. Non è retorica, io lavoro tanto su questo”.

Matematico, non solo ingegnere aerodinamico, ma uomo ricco di sentimenti e di sensazioni Ferdinando Cannizzo. “Non dovrei dirlo, appunto, da appassionato di matematica, ma limitarsi solo alla scienza, al calcolo, un po’ ci si annoia. Si deve allenare anche il cuore nello sport. Bisogna trasmettere le proprie emozioni agli altri. Non solo, delegare. Far lavorare insieme le persone, i colleghi, i tecnici è un elemento chiave per raggiungere degli obiettivi”.
Obiettivo. Una parola importante, fondamentale, quasi una guida per Cannizzo. E lo ha fatto capire a chi collabora con la sua struttura, vale a dire Coni e federazioni. “Nel 2006, quando partì l’avventura, noi e il Coni ci integrammo subito. Ma si dovette affrontare una problematica: definire gli obiettivi finali con le federazioni sportive con le quali collaboravamo. A volte c’era dispersione, si faticava a comunicarci esigenze reali, le necessità, appunto l’obiettivo. Non si riusciva a comprendere se si era sulla strada giusta, quindi a monitorare nel modo dovuto gli eventuali progressi”. Il problema è stato affrontato e superato.

Insieme ai responsabili di queste discipline abbiamo sviluppato una tecnologia veramente innovativa.

Felice la Ferrari, ma anche canoa, canottaggio, kajak, bob, slittino, skeleton sci, snow board, short track, pattinaggio, tiro con l’arco. “Insieme ai responsabili di queste discipline – spiega Cannizzo – abbiamo sviluppato una tecnologia veramente innovativa”. Un esempio? Quel Fabris che volava sul ghiaccio con i pattini. Ma non solo con i pattini. Per esempio grazie a una tuta studiata dal genio di questi ingegneri. “Tessuti speciali adottati per una tuta molto simmetrica, necessaria perché si gira sempre nella stessa direzione. Ma la manica sinistra era fatta di un tessuto, quella destra aveva un’altra conformazione, così erano diversi anche le parti del busto e degli arti inferiori”. Poche storie questo è talento applicato al calcolo, allo studio, alla preparazione che nasce sui libri, con la schiena piegata da ore e ore, da giorni e giorni, da notti e notti di analisi e riflessioni. Ecco come nasce l’eccellenza.
Eppoi c’è l’opera di convinzione. Da attuare sugli atleti. Ma quando si riesce a far capire e accettare a uno come Michael Schumacher che “in rettilineo doveva chinare leggermente la testa da una parte per sfruttare meglio l’effetto aerodinamico creato dal cupolino sovrastante la macchina. Non fu semplice convincerlo, per lui era fastidiosa quella postura, ma quando si rese conto che guadagnava centesimi preziosi, si adeguò…” e il grande Schumi chinò la sua testolina da fuoriclasse. Parlando, dialogando con gli atleti e i tecnici di bob, slittino, pattinaggio, canoa e altro ancora, Cannizzo ha fatto capire che certi accorgimenti sarebbero risultati vincenti.
Per esempio, il capitolo bob di questa storia Ferrari è avvincente. “Siamo andati sulla pista di Cesana dove la squadra azzurra si allenava. Abbiamo sezionato la pista, in pratica l’abbiamo affettata, posizionando i nostri sensori. Così abbiamo capito dove l’atleta guadagnava e dove perdeva. E’ nato un colloquio serrato con i bobbisti e con i tecnici , analizzando la loro prestazione. I miglioramenti ci sono stati”.

Conosciamo solo un modello: lavorare con passione, molto studio e non fermarsi mai nella ricerca.

Studiato tutto, ma proprio tutto, dall’azione degli atleti al mezzo, modificato il bob, con una più omogenea distribuzione dei pesi, la Ferrari della pista di ghiaccio va a caccia di medaglie. Sochi con la sua Olimpiade della neve è dietro l’angolo. Non resta che aspettare per festeggiare. E non solo nel bob, il menù Ferrari-Coni è ricco. Per proiettarsi subito dopo verso Rio 2016. E andare oltre. Assecondando il desiderio di Cannizzo: “Perché qui alla Ferrari ci piacerebbe tanto che questa esperienza, la nostra esperienza, messa al servizio dello sport italiano, possa lasciare una traccia. Conosciamo solo un modello: lavorare con passione, molto studio e non fermarsi mai nella ricerca. Perché nello sport chi si ferma è perduto”.
Un suggerimento: sarebbe intelligente ascoltarlo.

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