Accadde oggi – 2 ottobre

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Il 2 ottobre 1998 morì a Les-Baux-de-Provence (Francia) Olivier Gendebien. Nato a Bruxelles il 12 gennaio 1924, il pilota belga è stato uno dei più forti della sua era nelle gare Sport-Prototipi, vincendo quattro volte la 24 Ore di Le Mans, tre volte la Targa Florio, la 12 Ore di Sebring e il Tour de France Automobile, due volte la 12 Ore di Reims, una volta il Giro di Sicilia e la 1000 Chilometri del Nürburgring. Tutti questi successi furono ottenuti al volante di una Ferrari, ad eccezione della 12 Ore di Sebring del 1960, vinta con una Porsche.

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Il 2 ottobre 1998 morì a Les-Baux-de-Provence (Francia) Olivier Gendebien. Nato a Bruxelles il 12 gennaio 1924, il pilota belga è stato uno dei più forti della sua era nelle gare Sport-Prototipi, vincendo quattro volte la 24 Ore di Le Mans, tre volte la Targa Florio, la 12 Ore di Sebring e il Tour de France Automobile, due volte la 12 Ore di Reims, una volta il Giro di Sicilia e la 1000 Chilometri del Nürburgring. Tutti questi successi furono ottenuti al volante di una Ferrari, ad eccezione della 12 Ore di Sebring del 1960, vinta con una Porsche.

Saltuariamente Gendebien corse anche in Formula 1, disputando in totale 14 Gran Premi, di cui otto con una vettura della Scuderia di Maranello.

Le sue doti furono riconosciute da Enzo Ferrari nel libro “Piloti, che gente”, anche se il Fondatore non si risparmiò una frecciatina all’ego del belga: “Olivier Gendebien sapeva trasformare sulla macchina, in elegante e accorta impetuosità, la nobiltà delle sue origini che sente nella vita. In pista ha corso, e vinto, anche con la Formula 1 ma il suo talento si rivelava sulle vetture Sport nelle corse di durata. Le sue doti di consistente passista, accoppiate a quelle di un velocista, ad esempio Phil Hill, sono risultate per molti anni determinanti per il successo. Gendebien guidava senza ruvidezza, conservava bene il mezzo affidatogli, era un cronometro sul quale si poteva contare per tutte quelle imprese che richiedono costanza, carattere, intelligenza. Occorreva soltanto avere la pazienza di lasciarlo parlare quando vinceva, il che avveniva spesso. E pazienza c’è voluta anche quando ho letto il suo libro di memorie, nel quale è stato avaro di riconoscimenti con tutti tranne che con se stesso”.

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