Il rosso batte il nero

AC-DC

Per essere il frontman di una delle rock band più grandi al mondo ci vuole una personalità degna di nota. Il cantante degli AC/DC Brian Johnson è un uomo che ama raccontare quasi quanto adora correre in auto. Aggiungete la sua passione per il Cavallino Rampante, un retroterra familiare italiano ed ecco la ricetta perfetta per un’intervista esclusiva per l’Official Ferrari Magazine.

Estimated reading time: 17 minutes

Gli affezionati lettori di questa rivista sanno bene che il formato usuale di questi articoli è una specie di intervista/conversazione informale, con alcune domande standard per mantenere una sorta di continuità tra gli argomenti. Quando abbiamo incontrato Brian Johnson, cantante e frontman degli AC/DC, il cui album Back In Black del 1980 è il secondo album più venduto di tutti i tempi, è apparso subito chiaro che non solo questa formula era impraticabile, ma anche che aveva imboccato la porta e se ne stava scappando a gambe levate. Quello che è venuto fuori è stato più simile al ricevere un biglietto per il golden circle (cioè una delle costose file davanti ai concerti, che includono anche un servizio di ospitalità dopo lo spettacolo, per chi non conoscesse il gergo dei concerti rock) e semplicemente lasciare che Brian, il grande showman, occupasse il palco. Arrivati a metà non avevamo nemmeno affrontato la prima domanda che riguardava il suo rapporto con la Ferrari. Avevamo invece parlato di nightclub di Newcastle, la curiosa natura dei batteristi rock e la meravigliosa storia della sua audizione per gli AC/DC. Inoltre abbiamo assistito a una serie di imitazioni perfette da parte di Brian, tra le quali i batteristi neozelandesi, vari progettisti e ingegneri italiani e gran parte dei suoi amici e della sua famiglia, originari del nord dell’Inghilterra. Non so come la prenderanno a Maranello la descrizione degli interni di pelle della 246 Dino e cioè “paragonabili all’abbronzatura artificiale della fidanzata del proprietario”, anche se ho la spiacevole sensazione che si tratti di un’auto che ho posseduto in passato… Quello che è emerso è una vera e propria passione per il puro piacere di guidare e di gareggiare, cosa che Brian ha fatto con buon successo nella serie americana Historic Sportscar Racing (HSR). Questo me lo rende forse il più simpatico tra tutti gli intervistati degli ultimi cinque anni. Ho riconosciuto senza ombra di dubbio il rispetto totale da parte di una persona che ha raggiunto il top nel suo ambito per i piloti che sono al top nel loro settore. Si ritrova tutto nella divertentissima autobiografia motoristica Rockers and Rollers. Sebbene si tenda a dare per scontato che la musica rock e le auto esotiche facciano parte dello stesso pacchetto, io tendo a trovarmi molto in sintonia in particolare con quelli che corrono. Non ha niente a che vedere con quanto bravo si possa essere; è l’impegno a spaventarsi inevitabilmente, possibilmente a farsi male e, cosa peggiore di tutte, a rendersi ridicoli. Mi ha fatto impazzire la storia di Brian di come ha affrontato il pilota professionista, che se la tirava, con un mix di modestia e diplomazia che ha fatto sì che tutta la griglia fosse dalla sua parte prima ancora che la gara avesse inizio. Mi sono anche reso conto che possiede quel tipo di personalità che fa sì che i grandi piloti siano stati ben felici di aiutarlo e di contribuire al suo apprendimento e al suo divertimento. Quella cordialità è qualcosa che si guadagna: non viene resa in cambio di un biglietto e di una maglietta in omaggio. E poi c’è chiaramente una comprensione e un affetto sincero per l’aspetto ingegneristico. Un aspetto di non secondaria importanza se si corre e si paga per farlo! Ipotizzare che c’è qualcosa che non va nell’indicatore della pressione dell’olio se è bloccato sullo zero non è proprio il metodo giusto per ingraziarsi i meccanici. Se qualche lettore dovesse sentirsi truffato per la mancanza di risposte specifiche alle domande usuali me ne scuso, ma credo sinceramente che il contenuto ripaghi di molto… Un’ultima cosa: mentre leggete, immaginate Brian che saltella animatamente da un piede all’altro, poi intercalate con un linguaggio pungente. Grazie Brian. Che fantastica giornata! Ho già fatto domanda per il prossimo show.
Nick Mason Cominciamo da dove iniziamo di solito, cioè parlando del tuo rapporto con la Ferrari.
Brian Johnson La prima Ferrari che io abbia mai visto, agli inizi degli anni ’70, fu una Dino, di proprietà del padrone di un nightclub di Newcastle. Credo che l’abbronzatura artificiale della sua fidanzata fosse dello stesso colore degli interni di pelle. La Dino mi colpì allo stesso modo della Citroën DS: apparteneva a un altro mondo. Ma chi costruiva queste auto? Di certo nessuno della Vickers o della Austin! Poi vidi il calciatore Malcolm Macdonald. Arrivò a tutta velocità sulla sua Ferrari… era il rumore che faceva l’effetto. Il batterista degli AC/DC Phil Rudd adora le auto e aveva una 308 GTB. Chiedeva sempre agli altri della band se volevano farsi un giro. Allora, Angus [Young] faceva finta di avere un attacco di bile, Mal [Malcolm Young] si esercitava alla chitarra su Hell’s Bells, io risistemavo le calamite sul frigorifero … qualsiasi cosa pur di girare alla larga da Phil. Mi ricordo che comprò una 250 California, eravamo a Monte Carlo. Guardando fuori della finestra dell’hotel vedemmo che cercava di convincere due sventole a salire con lui. “Non ce la farai mai, povero str***o…”, gridammo, invece lui via che partì [e mima il suono del motore V12] e 10 secondi dopo si sente un crrruummp senza fine. Si era schiantato contro una fontana! C’era acqua ovunque e le ragazze urlavano. L’anno scorso si è comprato una 599 GTB e ha appena acquistato una F40. Ne cercavo una anche io ma mi ha battuto sul tempo. E poi si è preso una 458 Italia. Di recente ha comprato 11 auto in totale, di tutti i tipi.
NM È gente così che tiene vivi i rivenditori di auto.

la 458 Italia, devo proprio dirlo, credo sia l’auto che si guida meglio in assoluto, tra quelle che ho provato

BJ: [ride] Mia moglie Brenda ha comprato un’Audi R8 e dal punto di vista tecnico è favolosa, veramente fantastica, ma anche fantastica per gli scatti che fa. Mi aspettavo la stessa cosa quando ho preso la Ferrari 458 ma, devo proprio dirlo, credo sia l’auto che si guida meglio in assoluto, tra quelle che ho provato. All’inizio di quest’anno l’ho usata per andare in Francia e mi si è stampato in faccia un sorrisone enorme quando siamo scesi dall’Eurostar e siamo partiti sulle autostrade francesi. Là le strade sono decisamente migliori, molto più lisce e sono vuote! Come essere in paradiso.
la FF mi ha veramente conquistato, devo proprio dirlo.

The Official Ferrari Magazine: Le strade inglesi sono una sfida… Quando hai avuto la prima Ferrari?
BJ: È andata così: mi preoccupavano un sacco, soprattutto come prendermene cura. Il che era un po’ una scemata, visto che stavo negli USA. Ero abituato a comprare auto inglesi, tipo Aston Martin e Bentley, ad esempio. Ma queste Ferrari nuove sono molto intelligenti. Come la FF, per citarne una. Hai provato a guidarla Nick?
NM: Sì è incredibile. È una delle poche auto dove vai effettivamente più forte se lasci l’elettronica accesa invece che disattivarla. Si riesce a domarla.
BJ: Sto pensando di comprarmene una negli USA come auto da grand touring. Ma potremo anche portarci fuori gli amici a cena. E poi ha un che di brutale, sbalorditivo. Mi ha veramente conquistato, devo proprio dirlo.
TOFM: Cos’è che ti coinvolge di più, l’aspetto tecnico o l’estetica? Da quello che dici sembri essere uno di quelli che prendono la guida dell’auto molto sul serio.
BJ: Puoi dirlo forte. Di recente ho portato la 458 su a Haydon Bridge, sulla A69, un percorso bellissimo, a metà strada tra Newcastle e Carlisle. Originariamente era una strada romana, costruita per facilitare lo spostamento delle merci, che è poi stata ammodernata da Cromwell. Naturalmente è dritta come un fuso. Se vai forte abbastanza potresti quasi sollevarti da terra e decollare, ma non con la Ferrari. È stata effettivamente una sensazione piuttosto strana, quasi bella da terrorizzarti. Brenda continuava a urlarmi di rallentare. Così l’ho fatta scendere lungo la strada, nei pressi di un lago artificiale e le ho detto ‘Non preoccuparti amore, torno! Vado a farmi un giro…’ Poi passi tutti quei paesini e piccole località con i negozi che vendono formaggi, stufati e tutta quella roba meravigliosa. Tutto questo però prima di arrivare al punto che i locali chiamano The Tops, che assomiglia alla Siberia o alla Norvegia. Niente alberi, solo brughiera. Incredibile. Poi ti dirigi verso sud di nuovo, verso il Lake District, verso la M6 e improvvisamente ti ritrovi in Svizzera, è tutta una curva, tornante, curva, tornante. Vai sotto la M6 e ti ritrovi in un posticino minuscolo chiamato Underskiddaw. La 458 è talmente bella che sono dovuto scendere a farle una foto io. E di solito non sono mica così, ma è la Ferrari che ti riduce in questo modo.
La 458 Italia la guidi e ti rendi conto che sei in ‘sto territorio che dà alla testa, che solo pochi al mondo possono permettersi.

La guidi e ti rendi conto che sei in ‘sto territorio che dà alla testa, che solo pochi al mondo possono permettersi. A dire il vero, anche se se lo possono permettere, qualcuno non lo fa lo stesso, perché non lo apprezza. Tipo la gente che si siede dietro in auto e ha qualcuno che guida al suo posto. Ma che roba è?
NM: Spesso la gente unisce il rock ’n’ roll alle auto veloci e a tutto il resto, ma il numero di persone che effettivamente si mette la tuta ignifuga e gareggia è veramente limitato. Questo ti rende un po’ speciale.
BJ: Eh sì, immagino di sì. La prima gara a cui ho partecipato è stata nel 1998, su una Lotus Cortina MK1. L’ho trovata su un prato a Sarasota, in Florida, e l’ho avuta per 200 dollari, il tipo non aveva la minima idea di cosa si ritrovava tra le mani. Era un catorcio arrugginito, ma con il mio meccanico Thomas l’abbiamo restaurata. Era come guidare un mattone, ma mi ha insegnato tutto. L’ho usata a Daytona, c’era Hurley Haywood [cinque volte vincitore a Daytona e veterano a Le Mans] e correva su una Porsche 962. Gli ho chiesto ‘Che ne diresti di un co-pilota?’ E lui, ‘Magari’. E abbiamo vinto. Insomma, lui ha vinto. C’era anche la vedova di Jim Clark e dopo la gara mi ha detto ‘Jim sarebbe stato così orgoglioso…’ Mi sono quasi messo a piangere. Che momento! Hurley mi ha insegnato una cosa semplicissima: ‘Brian, fai tutto prima della curva. Prepara tutto prima…’ TOFM: È un ottimo consiglio. Un personaggio come Clark è stato uno dei tuoi eroi d’infanzia?
BJ: Jim, puoi ben dirlo. Fangio. Tazio Nuvolari [pronuncia il nome arrotando la erre per avere un effetto più completo]. Aveva una gran forza, come un toro. Più leggo su questa gente e più… wow…
NM: Come hai scoperto Nuvolari?
BJ: Allora, mia mamma era italiana, di Frascati, e proveniva da una famiglia piuttosto benestante. Si è innamorata di mio padre e si è ritrovata in una cittadina mineraria inglese chiamata Dunston. La sua famiglia non le ha parlato per anni. Comunque, fu lei a darmi un libro, in italiano, il che rese la cosa ancora più esotica. Avevano tutti gli occhi bianchi. Le uniche persone che io avessi mai visto conciate così fino ad allora erano i minatori! Nuvolari era scolpito. Quei tipi erano degli eroi fatti e finiti. Quella cosa che fece Fangio, nel 1957, al Gran Premio di Germania al Nürburgring, giusto? Andava sempre più veloce. Anche Senna forse aveva quel non so che, una vera e propria capacità di sentire la macchina proprio quando è al limite. Credo che anche Alonso sia su questa strada.
NM: Chi ti ha portato verso le corse?
BJ: Brenda mi regalò un weekend presso una scuola di guida. Alla fine, nella gara conclusiva, arrivai quarto, contro gente che era più o meno come me. Ho pensato ‘Non sono niente male. Ma non sono nemmeno così bravo…’ Le corse sono più dure di quanto si immagini. Credevo avesse a che vedere con chi riusciva a essere il più veloce, ma così non ha senso di per sé. Allora mi sono reso conto che non ero bravo nemmeno un po’ a entrare e a uscire dalle curve. Frenavo troppo presto, troppo tardi, uscivo di pista… Come per il resto della cose che facevo, volevo diventare bravo anche in questa. E poi sapevo che non ce l’avrei mai fatta a diventare un golfista di alto livello, o comunque in nessuna disciplina che preveda una palla. [Ride in modo chiassoso]
TOFM: Le corse automobilistiche sono fatte così. Se ti prendono non puoi farci proprio niente. Vuoi solo correre e non smettere mai.
NM: Sì, ma abbiamo incontrato persone che amano le auto ma non vogliono correre. Eric [Clapton] non era affatto interessato alla faccenda. Così come Chris Evans. Una delle cose che mi piace dello sport è che i piloti tendono a non essere dei boriosi, si dimostra tutto in pista.
BJ: Quando si abbassa la bandiera non è più tempo di str***ate. È molto competitivo gareggiare in Inghilterra. In America invece è una questione un po’ più sociale. La prima volta che sono arrivato sul podio, secondo, e mi hanno dato solo una medaglia minuscola, mi sono sentito al settimo cielo. Essere davanti, alla griglia, è sensazionale. Il concerto più grande che abbiamo mai tenuto è stato a Mosca davanti a un milione e duecentocinquantamila persone. Ma là ero sul podio con la mia medaglia.
NM: Per me è stato quando sono entrato a far parte del BRDC [British Racing Driver’s Club]. Insuperabile. Quello che facciamo noi è un’esperienza incredibile. Non lo si può nemmeno chiamare un lavoro, siamo fortunatissimi. Ma si tratta di un’esperienza che si condivide con altri. Quando corri e vinci o finisci sul podio… ce l’hai fatta.
TOFM: Quindi tu hai la Ferrari. Poi possiedi una Rolls- Royce Phantom e una Bentley Le Mans da 4,5 litri da turismo e sei noto per usarla per andare a far la spesa. Non hai anche una Lola classica?
BJ: Già. Una T70 MK1, che continua a cercare di farmi fuori. La amo, ma la odio, non so se mi capisci. È un telaio numero 15, l’ultima a essere fatta, e rimase nascosta per 32 anni. Gli altri ragazzi della mia squadra hanno delle Lola ex-Surtee e ex-Dan Gurney. Ho dato al mio amico John un compenso da detective privato perché mi trovasse quest’auto e lui l’ha scoperta in un fienile nel Connecticut. Montava ancora il motore Ford, mentre la maggior parte avevano il Chevy V8. L’ha portata giù a Predator Racing, vicino a dove stavo io, e mi ha detto che il tipo voleva 250.000 dollari per vendermela. Così sono andato a vederla, non stavo più nella pelle. ‘Dov’è?’ ho chiesto. ‘È in quelle scatole’, ha risposto John. ‘Dentro delle fottute scatole?? Dove stanno tutti i pezzi scintillanti?’ gli ho detto [di nuovo ride di gusto]. In aggiunta c’era una copia del 1965 della rivista Hot Rod e un modellino della stessa, con una foto di Bob Bondurant. Anche Ronnie Bucknum ci ha corso, prima di andare in Giappone con la Honda. È l’unica auto che io abbia mai visto con tre DNF e due DNS nella propria storia. Che storia! Allora ho pensato, sarà meglio che ci faccia qualcosa. L’ho portata a Road Atlanta, ma non riuscivo a far entrare la seconda. Il tipo che mi stava mostrando come guidarla mi disse ‘Eh, sei abituato a guidare auto più potenti Brian, qui è tutto lavoro di coppia’. Credo intendesse che non avevo la mano giusta per guidarla, e aveva ragione… So dove finiscono le mie capacità e dove inizia la fortuna! Comunque, stavo venendo giù lungo il rettilineo principale e ho pensato, ci riprovo con la seconda. Mi stavo tenendo con tale forza al volante che quando ho cercato di ingranare la seconda mi è rimasta in mano la leva del cambio, con tanto di biella. Quando alla fine sono riuscito a fermarmi nella pit lane, uno degli addetti del circuito mi gridò ‘Sposta quella macchina!’ Stavo ancora tremando e ho risposto ‘Spostatela tu, str***o!’ TOFM: Il successo colossale degli AC/DC ti sorprende mai? Qual è il segreto?
BJ: Beh, ci sono voluti 25 anni in più perché in Inghilterra ci capissero. Ci definivano heavy metal. Heavy rock. Tutto tranne quello che eravamo veramente, cioè una normale band di rock ’n’ roll con melodie semplici. Phil, il nostro batterista, suona così indietro rispetto ai tamburi che mi meraviglio non sia mai caduto dallo sgabello. Suona con una sigaretta che gli pende dalle labbra per tutto il set. Ma la gente mi chiede ‘Come fate a fare un rock ’n’ roll così?’ grazie a Phil, ecco come. Negli anni ’80 per un po’ abbandonò la band e sinceramente non era proprio la stessa cosa senza di lui. Una band è la somma di tutte le sue singole parti. E funziona e basta.
TOFM: Ma quando tu sei entrato nella band sostituivi Bon Scott, una presenza ingombrante. Come ti hanno chiesto di entrare nel gruppo?
BJ: Quello è stato un vero miracolo. Vedi, all’inizio dissi di no. Ero stato in una pop band, Geordie, e per tre volte avevamo raggiunto la top 10, ma quando me ne andai avevo meno soldi di quando ero arrivato. Non aveva senso, ca**o. Così creai un’aziendina mia, la North East Vinyls, realizzavo tetti e riparavo auto. Sarei un ingegnere progettista di mestiere, progettavo turbine, e le cose andavamo abbastanza bene. Mi stavo divertendo quando ricevetti la chiamata per fare un’audizione. Poi suonò il telefono ed era una donna tedesca che mi chiedeva di andare a Londra per un’audizione. Poi un amico mi chiese di cantare per uno spot della Hoover, per 350 sterline e rimborso della benzina. Così pensai, posso fare lo spot e poi fare un salto ai Vanilla Studios per l’audizione. Mi ricordo ancora il testo dello spot che dovevo cantare! [canta: ‘il nuovo articolo ad alta potenza della Hoover/ma che bell’articolo…’] Comunque feci l’audizione e cantai Nutbush City Limits. Due settimane dopo mi trovavo agli Compass Point Studios alle Bahamas. Naturalmente non mi avevano detto che i testi non li avevano. Avevano una melodia, Back In Black e l’altra era You Shook Me All Night Long. ‘È un po’ lunga…’, commentai. Pensavo che si trattasse di un titolo orrendo. Quella sera andai nella mia stanza e scrissi le parole in circa mezzora. Scrissi versi senza senso … “I got nine lives/cat’s eyes…” (Back In Black). “She was a fast machine/she kept her motor clean” (You Shook Me All Night Long). Hell’s Bells richiamava un vecchio detto inglese “hell’s bells and buckets of shit” [un’imprecazione che indica estremo disappunto]. Pensai che il giorno dopo mi avrebbero cacciato! Mostrai i testi che avevo scritto ai ragazzi e chiesi ‘che ne dite?’, Risposero che non avevano tempo per guardarli!

TOFM: Quando hai capito che ce l’avevi fatta?
BJ: Stai parlando con una persona che all’epoca non possedeva nulla se non delle auto di seconda mano. Ricordo quando tornai a Londra dalle Bahamas e Peter Mensch [l’allora manager degli AC/DC] mi domandò ‘Brian, adesso cosa farai?’, gli risposi che dovevo tornare su a Newcastle per vedere come stavano andando le cose nella mia società. Non sapevo veramente se le cose sarebbero continuate con la band. Mi disse ‘Senti, ma perché allora non prendi la Mercedes aziendale?’ E io, ‘È assicurata? Il serbatoio è pieno?’ È stata la mia prima auto di pregio. Sul cruscotto aveva dei pulsanti seri, non dei buchi vuoti dove ci sarebbero dovuti essere i pulsanti. Percorsi tutta l’autostrada M1 tremando e pensando, ‘stavolta sarà meglio che ne vengano fuori un po’ di soldini’.

Pubblicato su The Official Ferrari Magazine numero 20, 2012

To get more of The Official Ferrari Magazine mix of people, lifestyle, arts and culture: Subscribe now