Tutto su mio padre

Jacques Villeneuve

Campione di Formula 1 e vincitore della Indy 500, Jacques Villeneuve è stato capace di realizzare una carriera indipendente dal fatto di essere figlio di Gilles, uno dei piloti più amati dai tifosi della Ferrari. Tornando a Maranello, nel trentesimo anniversario della tragica morte, Jacques ricorda suo padre con Pietro Ferrari, l’uomo che lo conobbe come pilota e che ricorda l’affetto che il suo di padre, Enzo, provò per il grande Gilles.

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Il Ristorante Cavallino, la sera, ha un’aria timida e appartata, nonostante si trovi proprio dinanzi allo stabilimento della Ferrari. Spesso dopo il tramonto si alza un po’ di bruma e l’insegna, avvolta dal buio, diventa un quadro di Magritte. All’ingresso non c’è più l’aria convulsa del mezzogiorno, quando è tutto un via vai di gente che supplica per avere un tavolo. I clienti sono di meno, le voci sono sintonizzate su toni bassi.
Piero Ferrari ci fa strada nella grande sala e si dirige verso una porticina in fondo al locale. Apre con la decisione del padrone di casa ed eccoci dinanzi a un tavolo lungo, apparecchiato, con i liquori su una mensola e un paio di divanetti all’ingresso che fanno da salottino. È la stanza, non grande, che Enzo Ferrari volle ritagliarsi per pranzare con gli ospiti di riguardo, senza l’ossessione di avere addosso occhi curiosi. Rispetto ad allora la saletta è un po’ cambiata, o forse è stato solo messo ordine. Mancano i giornali distribuiti ovunque e, soprattutto, è scomparso l’incombente televisore che Ferrari accendeva con puntualità alle 13 per guardare il telegiornale e commentare a modo suo le notizie più importanti. Ma i magnetismi sono rimasti, si avvertono.

“Allora Jacques, tu ti siedi a capotavola dove stava sempre tuo papà, io qui alla tua sinistra nel posto di mio padre. Tu invece ti metti davanti a me…”, dice Piero Ferrari. Jacques Villeneuve ha un sorriso di circostanza, lievemente imbarazzato. Sposta la sedia, resta in piedi un attimo prima di appoggiarsi. È un improvviso salto all’indietro nel tempo e nella vita. Da bambino non aveva mai visto questo locale, ma sa che la sua storia è passata da lì. Piero intuisce l’imbarazzo e cerca di metterlo a suo agio con le parole giuste, però per qualche istante c’è uno straniamento che coinvolge tutti. La situazione è decisamente insolita, del resto. Si celebrano i 30 della scomparsa di Gilles Villeneuve e a Jacques è stata offerta la possibilità di guidare la Ferrari T4 che fu di papà. Ha preso il primo volo da Montreal ed eccolo qui, vestito da ragazzo, con gli occhialini e la camicia fuori dai pantaloni. Dimenticata la tragedia, l’Italia ora ricorda solo con gioia e allegria le emozioni che Gilles regalò a un Paese che negli anni ’80 era ammorbato da un diffuso benessere e cominciava a scoprire i primi scandali politici. Gilles fu uno shock che ruppe la normalità, mettendoci la faccia sia nei rischi esagerati che affrontava con disarmante disinvoltura, sia nei successi. Finalmente era arrivato qualcuno che trasgrediva, che dava creatività al coraggio, che scuoteva una normalità fattasi pericolosa. Qualcuno che indicava – con la F.1 come pretesto – una strada di rottura. E divenne mito.

Gilles fu uno shock che ruppe la normalità, mettendoci la faccia sia nei rischi sia nei successi.

“Quando papà mangiava in questa stanza, io, la mamma e mia sorella lo aspettavamo nel nostro motor-home parcheggiato più in là. Eravamo molto uniti ma io e Melanie eravamo piccoli, non ci rendevamo veramente conto…”, dice Jacques cominciando ad ambientarsi. Fa fatica però. E spiega di aver perso un po’ dell’italiano perfetto che parlava sino a qualche anno prima. Non è vero, durante la conversazione ritroverà tutti i termini, anche i più difficili. Insieme con i congiuntivi, i modi di dire, le battute. Piero Ferrari la prende alla larga e gli chiede di Indianapolis, dove si correrà a fine mese. Jacques s’infervora: “Ho bellissimi ricordi, al di là della vittoria. La 500 Miglia è una gara strana anche se disponi della macchina più veloce. Per guadagnare un decimo al giro devi girare per tre giorni. E le tre settimane di prove che anticipano la corsa alla fine ti addormentano e a quel punto commettere un errore diventa facile. In gara si guida col volante costantemente piegato a sinistra. Ci sono piloti lenti, piloti che si stancano. La tensione ti fa perdere velocità. E poi, con i comandi nell’abitacolo, si cambia assetto ad ogni giro. Un enorme lavoro per una distanza che non finisce mai”.

Era una F1 nella quale ognuno sapeva che poteva farsi davvero male.

Piero Ferrari s’informa se sia più difficile la Indy o la Nascar, nella quale Jacques ha preso parte a diverse corse. Villeneuve non ha dubbi: “Nella Nascar puoi sopperire con la guida ai guai della macchina e se sbatti non è un grande problema. Nella Indy viaggi costantemente sopra i 300 orari: quando vedi il muro che si avvicina sei sicuro che ti farai male. Nelle gare tipo Indy io ho sempre avuto un vantaggio, quello di consumare meno benzina, meno gomme e anche meno freni degli altri…”. Piero Ferrari lo riporta a ieri: “Tuo papà con i freni faceva solo tre giri e poi erano distrutti. Li consumava in modo impressionante e la cosa ci colpì, perché sino all’anno prima avevamo Lauda in squadra che invece alla fine delle corse aveva i freni ancora nuovi. Erano personaggi molto diversi, Niki era un pilota accorto e precisino, Gilles era più deciso e violento nella guida”.
Jacques ha una curiosità: “Com’era Prost? Lo scorso inverno, in Francia, ho disputato alcune gare del Trofeo Andros sul ghiaccio con la Skoda. C’era anche lui…”.
Piero Ferrari, che nei due anni di Prost alla Ferrari era direttamente coinvolto nella gestione delle corse, ha un aneddoto da raccontare: “Alain ha sfiorato il titolo mondiale nel 1990 ma il suo contratto, l’anno dopo, si interruppe in anticipo in quanto non andava d’accordo con certi tecnici. Però appena arrivato sistemò subito la macchina, la migliorò, fece un ottimo lavoro. Con lui c’era Alesi, che non aveva la stessa esperienza e gli copiava gli assetti. Alain lasciava fare, poi cambiava le regolazioni tra il warm-up e la gara. E Jean si ritrovava a correre col set-up sbagliato. Era molto astuto, Prost…”.

Gilles il primo in assoluto a provare un cambio con le leve sul volante.

Arriva l’antipasto, Jacques preferisce il prosciutto al culatello, poi ordina dei semplici spaghetti. Il vino è un Lambrusco Cialdini di Cleto Chiarli, un produttore colto e ironico, amico di Enzo Ferrari, celebre per una frase intrisa di emilianità: “Il lambrusco si può fare “anche” con l’uva”.
A bicchieri pieni ci concediamo un brindisi al piacere della bellissima serata. Piero ricorda come la Ferrari sia cambiata tanto negli ultimi trent’anni e Jacques si apre in un sorriso: “Ma sai che la Ferrari l’ho visitata per la prima volta oggi? Quando ero bambino non m’interessava. Da pilota ero accasato con altre squadre e quindi non sono mai potuto tornare qui. Ho visto la pista di Fiorano, dove feci i miei primi test con la Formula 3. Piaceva Fiorano a mio padre?”. Piero si entusiasma: “Ci girava sempre, i collaudi avvenivano solo a Fiorano. Gilles aveva una mania, quella di non completare mai il giro di rientro. Appena vedeva il cartello “in” faceva un testa-coda e tornava ai box in senso contrario. L’ingegner Forghieri si arrabbiava moltissimo, perché la manovra metteva a rischio i semiassi. Mio padre invece si divertiva, gli concedeva tutto. Voi eravate di casa, il vostro motor-home era accanto alla pista. Jacques dinanzi a queste parole si commuove: “Sì, era molto bello, stavamo tutti insieme, c’era anche il cane. Oggi non sarebbe possibile, oggi è il momento dei piloti paganti, dei team comprati e rivenduti. Non mi diverto a vedere i gran premi sapendo che anche i campioni veri non posso tirare al massimo dall’inizio alla fine perchè le gomme da un momento all’altro perdono aderenza. E l’ala mobile? Ci fosse stato il DRS negli anni Ottanta, mio padre avrebbe fatto solamente tre giri in testa a Jarama e poi l’avrebbero superato”. Piero Ferrari ricorda bene quel giorno: “Tuo papà compì un’impresa storica, si tenne dietro tutti col suo modo esagerato di guidare. Ma Gilles non è mai stato scorretto”. Jacques: “È vero, ho rivisto per la millesima volta il duello di Digione e sia mio padre sia Arnoux lasciavano lo spazio, nessuno dei due ha mai tentato di buttar fuori l’altro. Gilles ha sempre avuto rispetto per gli avversari. Era una F1 nella quale ognuno sapeva che poteva farsi davvero male. Adesso invece le piste sono larghe, gli spazi di fuga enormi e si può anche andare oltre il limite senza rischiare nulla. È diventato un videogame. Le macchine sono molto sicure. Mi ha fatto impressione entrare nell’abitacolo della T4 di mio padre e ritrovarmi con le spalle fuori, senza protezione. Eppure se guardiamo certi incidenti spaventosi di allora, Gilles e De Cesaris ne sono usciti sempre indenni”.
Piero, che ha una memoria eccezionale, ricorda ogni particolare di ogni gran premio. Jacques lo stuzzica, ne è affascinato. Il discorso va a un sorpasso da favola, tra i più belli mai visti, quello di Jacques Villeneuve ai danni di Michael Schumacher nel curvone dell’Estoril, anno 1996. Jacques si esalta e lo rivive: “Il giorno prima della gara avevo detto ai miei meccanici che avrei superato volentieri qualcuno in quel punto. Mi avevano guardato come un matto: ‘Dicci a che giro lo fai così veniamo a raccogliere i pezzi, lì non si supera, ricordatelo’. Invece io superai nientemeno che Schumacher, il quale era alle prese con un doppiato. Mi lasciò poco spazio, a dire il vero, ma ci riuscii. L’unico modo per passare Schumacher era quello di sorprenderlo. Lui era sicuro che sorpassarlo in quel punto sarebbe stato impossibile. Io invece lo feci, studiando la manovra in anticipo. Nel momento in cui frenò senza guardare gli specchietti, io andai all’esterno e riuscii a scavalcarlo”. Piero lo osserva ammirato e commenta: “…però a Jerez non ti andò così bene…”. Jacques sorvola sull’incidente perché ricorda invece un altro dettaglio importantissimo: “Sì, è vero. E sai cosa mi viene in mente? La paura che dopo il botto si fosse rotta la sospensione. Peraltro la batteria era attaccata da un cavetto quasi spezzato. Dopo quell’episodio, ogni volta che Schumacher si è ritrovato a lottare con me ha sempre frenato un metro prima, senza rischiare. Mi dà una enorme soddisfazione aver conquistato il titolo mondiale battendo proprio lui. È stato un bel giorno, quel giorno…”.
Piero si versa un po’ d’acqua minerale non gasata e sorride ancora: “Ma tuo papà un po’ matto lo era davvero…”. Jacques si scioglie, si apre: “Beh, un po’ sì. Sai che a 10 anni tentò di farmi pilotare l’elicottero? Mi incastrò fra le sue gambe, mì appoggiò le mani sui comandi…Lui in elicottero faceva cose fuori di testa, non aveva mai paura. Era una vita fatta così, era normale. Gli piaceva la sfida. Un po’ come quando io, per la prima volta, feci in pieno la curva dell’Eau Rouge a Spa. Era un rischio che ti dava un vantaggio di un solo decimo al giro, ma era bello farlo per il tuo orgoglio, per sentirti più forte, per farti temere dagli altri”.
Piero è curioso, l’insolita situazione di indagare nella vita del figlio di Gilles per scoprire gli angoli segreti del campione che ha segnato la storia della Ferrari lo affascina. E spinge Jacques sul tema della popolarità del cognome: “Uffa, ogni volta che ho debuttato in Formula Atlantic, poi Indy o Formula 1, tutti a chiedermi se lo facevo per continuare l’opera di Gilles. E lì ho cominciato a non parlare. Solo dopo aver conquistato il mondiale sono diventato Villeneuve, cancellando “il figlio di Gilles”. Quando Gilles è morto sono diventato io l’uomo di famiglia. Ma se Gilles non fosse morto io non sarei cresciuto e non sarei diventato quello che sono. La popolarità? Esagerata. Io negli ultimi due anni vivevo a Pra Loup, in un’altra famiglia. In quei casi o cresci e diventi meglio o finisci: io sono cresciuto. Non è facile essere il figlio di qualcuno famoso. Io ho vissuto la stessa esperienza di Gian Maria Regazzoni, di Nico Rosberg, di altri ‘figli di’. La gente si aspetta che tu vada in pista e vinca alla prima gara, tutto questo lo avverti e ti mette addosso una pressione tremenda. Se sopravvivi, quella pressione che hai subito poi ti aiuta.
Jacques sorseggia un goccio di Lambrusco e chiede se può avere della frutta fresca, magari le fragole di stagione. E ricorda: “Gilles aveva dei riflessi impressionanti. Ho in mente la volta in cui lo vidi cambiare un obbiettivo alla sua macchina fotografica con una mossa fulminea, avrà impiegato un secondo a togliere un obbiettivo e a montarne un altro. Rimasi senza parole. Non era un fatto meccanico, ma un discorso di cervello. Il cervello è fondamentale per mettere insieme le cose, per decidere. C’è chi non riesce a fare due manovre contemporaneamente”. Piero lo incalza: “Tuo papà faceva molte foto?”. “Sì, a casa aveva una stanza apposita, un laboratorio fotografico. Scattava, stampava, ordinava”.
“A proposito di velocità di esecuzione”, continua Piero Ferrari, “sai che fu Gilles il primo in assoluto a provare un cambio con le leve sul volante, invece del solito comando a cloche? Era il 1973, svolse un test a Fiorano con la T3. Inizialmente c’erano due pulsanti sulle razze del volante, up e down. Ma tuo papà disse che staccare anche per un istante i pollici dal volante gli pregiudicava in qualche modo l’impugnatura. E allora, su suo suggerimento, gli mettemmo le alette come ci sono oggi su tutte le F1 e sulle nostre auto granturismo. Le ha inventate lui. Però poi non volle usare il sistema in quanto non lo divertiva. Ce ne dimenticammo per un po’ di anni…”.
Fu Mansell, nel 1989, a portare al successo una Ferrari col cambio elettroidraulico coi comandi sul volante. Un eroe, Nigel. Come Jody Scheckter, per il quale Jacques si scalda: “Con mio padre aveva un rapporto straordinario. Compagni di squadra, rivali ma amici. C’è stato un altro pilota che davvero era amico di Gilles, mi riferisco a Patrick Tambay. Adesso corre anche suo figlio e va davvero forte, spero che riesca a sfondare, ha qualità. Chi mi piace della F1 attuale? Sicuramente Alonso, che ho anche avuto accanto per tre gare alla Renault. Bravissimo in pista. E anche fuori”.
Jacques ha una curiosità: “Come si parlavano, all’inizio, mio papà e il tuo?”. Spiega Piero: “Mio padre parlava un po’ di francese, c’era dialogo. Jody invece non capiva e quindi era un po’ escluso dalla conversazione. Dopo ogni test a Fiorano, tuo papà faceva sempre una relazione al mio”. Jacques s’intenerisce: “Pensa che una volta ci andai anch’io, a quei colloqui…”. Viene un po’ di magone a tutti, un brivido che ognuno vorrebbe nascondere. Spaventa il pudore di fotografie che arrivano improvvisamente da un passato che non è mai passato. C’è un attimo di silenzio, rotto dalla signora che ci ha servito a tavola: “Bevete il caffè?”. “No grazie, io non lo prendo. E tu, Jacques?”.

Pubblicato su The Official Ferrari Magazine nr 18, settembre 2012

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