Il volto del coraggio

Niki Lauda Enzo Ferrari Luca Di Montezemolo

Una vita che supera per densità e coraggio qualsiasi sceneggiatura per un film d’azione: questo è Niki Lauda, tre volte campione del mondo, due con la Ferrari, imprenditore nel settore aeronautico, giornalista e prezioso consulente, Lauda ha saputo superare mostrando un carattere straordinario, momenti difficili e persino drammatici. Il suo volto ne è testimonianza. Nick Mason lo ha incontrato nella sua Vienna per parlare del passato e del presente.

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Non vedevo l’ora di parlare con Niki Lauda. Sebbene lo accompagni la fama di liquidare con freddezza le domande che ritiene vuote e vacue, è ormai leggendaria la sua capacità di essere divertente e incisivo al tempo stesso, e di certo non ha deluso. Niki è in grado di ottenere quante più informazioni possibili da ogni prospettiva, prima di scegliere la strada migliore per raggiungere gli obiettivi che si prefigge. Di certo non gli mancano punti di vista ben definiti su gran parte degli argomenti, ma l’opinione che si forma giunge dopo una notevole fase di riflessione. Ci si può fare un’idea di come utilizzasse questa sua abilità quando era pilota e ripensandoci ora, forse ha definito un modello per colleghi del rango di Alain Prost e Michael Schumacher, nel senso di essere in grado di ponderare le tattiche e contemporaneamente guidare il più velocemente possibile.
Ovviamente essere in grado di valutare e risolvere problemi in corsa d’opera è una capacità che dà grandi frutti anche negli affari. Una volta presa la decisione, la soluzione può essere perseguita in maniera rischiosa, implacabile quasi da togliere il fiato. I racconti di come trovò i primi soldi per iniziare la sua carriera di pilota hanno pietrificato tutti e illustrano un’immagine lontanissima dai sistemi più rapidi e diretti del XXI secolo, che le nuove leve hanno a disposizione.

Ovviamente queste qualità si sono rivelate ugualmente efficaci nella creazione della compagnia aerea di sua proprietà e nel ruolo di consulente e consigliere in Formula 1. Ancora una volta, la sua capacità di affrontare politica e complicazioni con un approccio diretto rappresentano una storia particolarmente divertente.
L’altra cosa che ho trovato molto interessante era la sua capacità di valutare i suoi punti di forza e le sue debolezze e poi identificare i conseguenti meccanismi di compensazione. Abbiamo letto tutti di come gli atleti e gli artisti rispondono alla pressione e in generale sembra proprio che la capacità di trasformare lo stress in motivazione sia un prerequisito per il successo. Nel caso di Niki, lui pare avere una soluzione alternativa nel riconoscere la pressione e nell’essere in grado di sbarazzarsi di una parte. Affascinante.
Poi c’è stato il rapporto con Enzo Ferrari. È chiarissimo come, nonostante le strategie Machiavelliche, le liti e gli scontri urlati, ci fosse comunque un fortissimo rispetto e un vero affetto tra loro… A prescindere dal suo ovvio e palese talento come pilota, Niki ha fatto parte del passaggio della Ferrari a un’era motoristica più moderna, nella quale il pilota poteva svolgere un ruolo più importante all’interno del team di sviluppo. Nel mondo che ha preceduto computer e telemetria, c’era sempre un divario tra gli ingegneri e l’auto vera e propria, che poteva essere colmato solo dal pilota, e in questo modo si presentava per lui l’opportunità di riposizionarsi in qualità di team leader e motivatore.
E infine, è stato illuminante parlare con Niki del film Rush, diretto da Ron Howard e attualmente in fase di post-produzione, che illustra così bene la rivalità negli anni ‘70 tra Niki e James Hunt. Niki ha chiaramente apprezzato molto che si tratti di un film vero e proprio, con un budget enorme, e non un documentario come per Senna. È parso rilassato, per non dire divertito, nell’apprendere che alcuni elementi sono stati romanzati per attrarre un pubblico più ampio dei soli fan della F1. La sua opinione al riguardo ha rivelato anche il senso dell’umorismo profondo che lo caratterizza e forse anche qualcosa d’altro, inatteso: la disponibilità a ridere di sé.
Nick Mason Come trascorri il tuo tempo ora?
Niki Lauda Lo scorso novembre ho venduto, a Air Berlin, Niki, la mia seconda compagnia aerea dopo Lauda Air. C’era un’opzione d’acquisto che mi hanno chiesto di applicare. In otto anni d’attività totale, abbiamo iniziato a produrre reddito già dal secondo. Siamo arrivati a 4,2 milioni di passeggeri, 22 aeromobili e abbiamo sempre guadagnato. La nostra era una vera e propria struttura low-cost, ci siamo espansi alla follia, mai prestiti bancari se non per finanziare l’acquisto degli aerei. Ora sono nel Consiglio di Amministrazione di Air Berlin, per aiutarli a organizzarsi. Quindi adesso lavoro molto meno, perché la mia attività quotidiana era la compagnia aerea. E poi da 15 anni collaboro con RTL [emittente tedesca] per la F1, e seguo tutti i Grand Prix in loco.
NM Da quello che capisco potresti scrivere vari libri solo sui tuoi successi nel mondo dell’aviazione.
NL Provengo da un ambiente competitivo nell’ambito degli sport motoristici. Quando ho avviato Lauda Air, ho cercato di proporre un prodotto migliore a un prezzo ragionevole. Siamo stati i primi a inserire voli per l’Australia: la Austrian Airlines non sapeva nemmeno dove fosse l’Australia! Ho venduto loro una compagnia aerea e ne ho fondata una seconda. L’avere imparato a volare e il fatto di avere un brevetto completo da pilota commerciale ha anche significato che nessuno potesse cercare di fregarmi durante le contrattazioni.

“Cerco sempre di tirar fuori un’idea folle e poi di farla funzionare”

TOFM Come alcuni dei tuoi contemporanei nell’ambito delle corse, hai una pronunciata vena imprenditoriale. Effettivamente, hai avuto una carriera in tre atti e una conclusione non in vista, per altro…
NL Me la godo, che è la cosa più importante. Cerco sempre di tirar fuori un’idea folle e poi di farla funzionare. L’idea è la parte facile, farla durare è il difficile. Mi piace avere ogni cosa ben sotto controllo e riesco ad analizzare le cose nel modo giusto. Quello che mi fa impazzire è la quantità di chiacchiere che accompagna il tutto. Mi piace semplificarmi la vita. Vado diritto al punto. Se sbaglio, sbaglio. Quando corri impari a raggiungere il risultato migliore nel minor tempo possibile. Si applica anche alla vita. Essere più veloci degli altri. E non compiere errori. Anche se le cose vanno male, occorre avere la disciplina per trovare una strada nuova, piuttosto che imbarcarsi in un inutile percorso emotivo.

“L’unico interesse di Ferrari era vincere. Gli interessavano più le auto dei piloti”

NM Ha a che vedere con la capacità di funzionare in condizioni estreme. In gara, correndo, ma anche nelle trattative… Il tuo background familiare è interessante. Ti ha plasmato in maniera significativa?
NL Il problema più grande per me era mio nonno. Era presidente della Croce Rossa e gestiva un’azienda enorme in Austria. Con i miei andavo molto d’accordo, ma con mio nonno… ricordo i pranzi in questo stesso hotel [The Imperial nel centro di Vienna] ogni anno, a Natale. C’era una sola regola: non potevamo aprire bocca. E noi bambini invece parlavamo e venivamo buttati fuori. Ho litigato all’impossibile con mio nonno. Decisi di seguire la mia strada diventando pilota di corse. Non credo avrei discusso così tanto con lui se fosse stato una persona ragionevole.
TOFM Ti ha mai detto “Mi spiace Niki, ce l’hai fatta…”.
NL No. Abbiamo rotto e la buonanima è morta prima che avessimo la possibilità di rappacificarci.
TOFM Pagasti per guidare per March e la BRM e offristi la tua assicurazione sulla vita come garanzia per un prestito bancario. Quando entrò in scena la Ferrari?
NL “Se la Ferrari chiama non dimenticarti di dirmelo”. Era una battuta abituale, la dicevo sempre, quando uscivo dal mio ufficetto di Salisburgo, prima di una gara. Tornai un martedì e la segretaria mi disse “Ha chiamato la Ferrari”. “Non scherzare” risposi. “No sul serio, un certo Monteprezelo o qualcosa del genere…”. Lo richiamai e andai a Maranello, lì vidi il Vecchio e mi disse “voglio che tu corra per me”. E io “perché?”
“Perché stai davanti a [Jacky] Ickx e non ti conosce nessuno e nessuno sa perché sei così veloce…”. Ribattei che avevo cenato da poco con il Signor Stanley [il capo della BRM] e concluso l’affare. Il Vecchio disse “sistemo tutto io”. Poi andammo a Brands Hatch e giravano voci nel paddock che la polizia non avrebbe lasciato passare il transporter della Ferrari per una controversia tra la BRM e la Ferrari che riguardava il pilota Niki Lauda! Alla fine fu Bernie [Ecclestone] che ci diede una mano a risolvere la faccenda.

“Montezemolo è l’uomo migliore per continuare il lavoro iniziato da Enzo, facendo le cose a modo suo, mantenendo però vivo lo spirito del Vecchio”

NM Le cose cominciarono in salita vero, con quel famoso e difficile primo test?
NL Allora, la prima volta che incontrai Enzo Ferrari c’erano anche [Franco] Gozzi e Montezemolo. Fu piuttosto semplice negoziare con lui perché io non avevo granché da mettere sul tavolo. Credo che abbia pagato l’equivalente di circa €50.000 di oggi. Dissi, almeno datemi una macchina, e me ne vendettero una, scontata! Costava poco ma non me la regalarono, non faceva parte dell’accordo. E la cosa mi irritò parecchio! Poi arrivò il mio primo test. L’auto del 1974 non era per niente competitiva, bisogna ricordarlo. A Fiorano, la TAG Heuer aveva installato un’attrezzatura con fotocellule per prendere i tempi, un gran sistema, e io pensai “se hanno questa tecnologia a disposizione e lo stesso non riescono a tirar fuori un’auto competitiva, allora non capisco più come gira il mondo”. Dissi a Piero [Ferrari], per spronarlo “questa macchina fa schifo [questa stringata valutazione dell’auto voleva essere una scossa per chi si occupava della progettazione], sottosterza ovunque…”. Rispose, “Ma come ti permetti, è una Ferrari!”, e io, “tu di’ al Vecchio che io penso che la macchina fa schifo. Non curva bene, niente equilibrio”. Poi [Mauro] Forghieri venne richiamato dalla Siberia. Insieme decidemmo che potevamo andare più veloce di mezzo secondo. Piero disse “È una cosa audace. Se lo dici devi fare in modo che succeda”. Allora Forghieri sistemò l’assetto e abbassò il centro di rollio sul telaio, e io andai 8/10emi di secondo più veloce. E così, chissà per quale motivo, d’allora in poi il Vecchio si fidò di me.
TOFM Forse avevi superato una sorta di test d’iniziazione…
NL L’unico interesse di Ferrari era vincere. Gli interessavano più le auto dei piloti. Gli piaceva Villeneuve perché era matto. E gli piacevo io perché gli dicevo la verità, non lo prendevo in giro. Era amichevole con me, mi accettava. Mi bastava bussare alla sua porta. Se mi guardo indietro ora, dopo tutte le liti che ebbi con lui dopo l’incidente, mi rendo conto che era un uomo molto egocentrico. Totalmente concentrato sulle sue auto, le sue idee, vincere. Ma in fin dei conti era un italiano e aveva cuore. Mi è capitato qualche rara volta di farne esperienza, ma il resto del tempo non è stato divertente. Ora ti racconto questa. Audetto [Daniele, il team manager] venne a trovarmi in ospedale, dopo l’incidente, poi tornò al paddock, andò da [Emerson] Fittipaldi e gli disse “Lauda è morto, vogliamo offrirti un contratto biennale”. Era un ordine che veniva da Ferrari in persona. Però, in termini di carisma e personalità, nessuno dei manager della F1 di oggi è all’altezza di Enzo. Pensa da quanto tempo è morto e siamo ancora qui a parlarne!
NM Nel settore non ci sono più grandi personaggi così. Ora se hai un problema ti devi rivolgere agli addetti del business. Essenzialmente parli con i legali.
NL C’è gente in F1 che vorrebbe essere come Enzo Ferrari, mentre dovrebbero concentrarsi sull’essere loro stessi. Perché Enzo Ferrari era diverso? Perché era chi era, e non ha mai voluto essere qualcun altro. Montezemolo sorregge un peso enorme, ma ha fatto un lavoro eccellente in questi ultimi 20 anni. Le auto sono grandiose. E lui ha carisma, fa le cose a modo suo. È l’uomo migliore per continuare il lavoro iniziato da Enzo, facendo le cose a modo suo, mantenendo però vivo lo spirito del Vecchio. Quando era team manager, aveva un approccio diverso. Era un tipo di manager nuovo. Veniva da fuori e ci ha reso un grande successo.
TOFM Il tuo ritorno dopo l’incidente al Nürburgring nel 1976 rimane senza alcuna ombra di dubbio il più grande atto di coraggio sportivo di tutti i tempi. Le ustioni erano molto gravi e i polmoni seriamente danneggiati. E appena sei settimane dopo stavi gareggiando di nuovo.
NL Sono sempre stato consapevole dei rischi che correvo. Ogni anno moriva qualcuno che conoscevi, correndo. Dovevi chiederti, ti piace guidare queste auto così tanto da essere preparato a correre il rischio? Quando ho avuto l’incidente non mi sono sorpreso. Quindi non ho mai fatto la vittima né mi sono lamentato. La domanda era semplice: il piacere di guidare è ancora forte o voglio ritirarmi? Ricordo di essere andato a correre mentre ascoltavo buona musica, e pensai: mi ritiro per sempre o lotto contro la paura, mi oppongo al caso e tiro dritto? [botta sul tavolo] Dopo l’incidente, non mi sono mai preoccupato del mio aspetto. Era così e basta. Alla clinica per gli ustionati chiesi a un’infermiera “Quando potrò guardarmi allo specchio?”. “Quando vuole”, rispose. Non avrebbero dovuto consentirlo. Lei accese una luce al neon, e avevo la testa grossa così [fa un ampio gesto con le mani] a causa del calore e della ritenzione idrica. La testa si infilava direttamente sulle spalle… Dovetti strizzare gli occhi per vedere… “C***o” pensai. Naturalmente le cose migliorarono. Avevo visto le ferite nella fase peggiore.
NM Cosa accadde quando tornasti in squadra? Quale fu la loro reazione?
NL Andai a Fiorano e dissi “Fatemi guidare”. Provavo ancora dolore, così dovevo vedere se riuscivo a guidare. Mi recai da Ferrari. “Voglio pilotare a Monza”, gli annunciai. Rimase sorpreso e disse: “È una cattiva idea. Se perdi questa gara è solo una delle tante per te, e se perdiamo il campionato la gente capirà”. Insistetti, “Mi scusi, sto bene, non me ne frega un c***o del campionato. Voglio tornare a lavorare. Semplice”. E lui disse: “Ah, ma noi abbiamo preso una decisione e ora abbiamo [Carlos] Reutemann”. Il mio contratto con la Ferrari prevedeva due auto non tre. “Solo a Monza ci saranno tre auto”, proposi. Il primo giorno a Monza fu tremendo, mi stavo sottoponendo a uno sforzo eccessivo. E dovevo lottare contro gli idioti in pista perché mi lasciassero guidare. Il giorno dopo mi calmai, e guidai come se non ci fosse un gran premio. Fui la Ferrari più veloce delle prove e la fiducia mi tornò. In gara giunsi quarto.
NM E dopo?
NL Be’ tutto sembrò a posto fino a Fuji, quando uscii dall’auto. Chiamai il Vecchio e dissi che non avrei guidato in quelle condizioni [a Fuji c’erano piogge torrenziali; James Hunt arrivò terzo e vinse il campionato superando Lauda di un solo punto]. Fui sollevato perché lui reagì bene, in modo positivo. Poi dovetti subire un altro intervento alla palpebra, così rimasi fuori per due mesi. Dopo chiamai e dissi “Sono pronto per i test, sono in forma”. E Ferrari rispose “Bene. Puoi testare le pastiglie dei freni a Fiorano”. E io, “Ma che c***o sta dicendo?”. E lui: “Ho deciso, Reutemann è il nuovo numero uno e si occupa lui dei test”.
NM Hai dovuto sgomitare per poter fare un test vero, giusto?
NL Sì. E in tre giri bruciai il miglior tempo di Reutemann. E lui faceva test da una settimana [a Paul Ricard]! Il Vecchio chiamò il giorno dopo e gli dissi “Non vincerete mai il campionato se i test li fa tutti lui”. Accettò la cosa, e via che partì. Naturalmente Reutemann rimase ancora coinvolto nelle attività e io vinsi il mio secondo campionato alla Ferrari. E poi arrivò Bernie [Ecclestone, allora direttore del team alla Brabham], mi offrì un sacco di soldi per andarmene dalla Ferrari e per guidare per lui. A quel punto ne avevo avuto abbastanza di faccende politiche. Due giorni dopo mi ritrovai in una stanza con tutti i grandi capi della Ferrari, non solo col Vecchio. Pensai, wow, vogliono concludere veramente un contratto nuovo. Forghieri mi domandò “Quanto vuoi?”, cosa che non mi avevano mai chiesto prima. “Me ne vado”, risposi. E Ferrari mi guardò e vidi nel suo sguardo che era ferito e che non ci poteva credere. Era la Ferrari. Avevano la macchina migliore. Ma io me ne andavo. Uscì e fu come camminare sulle nuvole.
NM Molto presto ti vedremo sul grande schermo, in Rush. Chissà come ti senti.
NL Conosco Peter Morgan [lo sceneggiatore del film]. Anzi, ho incontrato sua moglie prima di lui. Quindi non conoscevo le sue opere inizialmente. Lui è uno degli sceneggiatori migliori del mondo del cinema. L’ho incontrato e ha cominciato a raccontarmi la sua idea per un film. Gli ho raccontato più o meno quello che ho detto a te oggi. Comunque, un po’ di tempo dopo eravamo a cena, e Peter disse a mia moglie Birgit “A Niki non piacerà quello che ho fatto. È un film di Hollywood e ho dovuto cambiare molte cose”. [ride] Non ho nemmeno letto la sceneggiatura per intero. Non importa, posso accettarlo. Credo che Ron Howard sia fantastico. Conosco Eric Fellner, uno dei produttori, ed è un vero fan della Ferrari. Daniel Brühl [l’attore che interpreta Lauda] è incredibile.
TOFM L’ho incontrato sul set all’inizio dell’anno, e posso dirti che la maniera in cui ti interpreta è davvero ispirata.
NL L’ho allenato per bene! È venuto a Vienna e ha lavorato con un insegnante di dizione. Gli ho domandato, “Quanto è difficile interpretarmi?” Ha risposto, “Molto, perché sei ancora vivo. La gente lo vedrà subito se sono un pessimo attore”. Marlene [la prima moglie di Lauda] gliene ha raccontate di tutti i colori su di me. [ride] Peter mi ha mostrato la scena in cui vengono mostrate le mie ferite per la prima volta, quando ritorno a Monza.
È girato molto bene, devo proprio dirlo. L’orrore del momento. Finalmente ho capito cosa devono avere provato le persone all’epoca. A me in quel momento non importava.
TOFM Di recente sei diventato di nuovo padre, a 60 anni. Un altro sviluppo significativo…
NL È molto divertente, davvero. Max e Mia hanno quasi tre anni ora. Vederli ogni giorno, quanto sono buffi, le cose che fanno… Con Lukas e Mathias [i figli dal primo matrimonio] non c’ero mai. Ero egocentrico. Correre era pericoloso. La questione era salvare la pelle facendo uno sport molto estremo. I bambini non sono contaminati dalle cose per le quali si preoccupano gli adulti. In un certo senso, sono ancora un ragazzino. Non mi è difficile ritornare a quella persona. Almeno questo è quello che mi piace dire a mia moglie, Birgit…

Pubblicato su The Official Ferrari Magazine nr. 18, settembre 2012

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