Garage Band

Sammy Hagar 599 GTB Fiorano

Rumore, fascino e quell’irresistibile brivido del pericolo, le auto da corsa e le rock star sono sempre state fatte le une per le altre. Scopriamo come, nello scintillante mondo di Sammy Hagar, chitarrista e collezionista di Ferrari, il potere del Cavallino Rampante abbia persino influenzato il suo stile come cantante.

Estimated reading time: 13 minutes

Sammy Hagar ricorda con chiarezza Il Momento, quell’istante segnato dal destino quando il Cavallino Rampante si impennò e sgommò via con il suo cuore automobilistico. “Era il 1972 e io ero a Boston con il gruppo dei Montrose, che apriva per la J Geils Band”, inizia Hagar, accoccolandosi in una poltrona del suo studio-garage a nord di San Francisco. “J Geils arrivò all’hotel in una 250 Lusso rossa per darmi un passaggio. Quando partì, il suono e l’odore furono potentissimi. All’epoca non sapevo nulla della Ferrari, avevo una Citroën, pensa un po’! Ma lì ho pensato che dovevo averne una anche io. Era così bassa, elegante, con quei grossi indicatori nel mezzo del cruscotto. Mi sembrava di essere “qualcuno” solo perché ero a bordo di un’auto del genere”. Avanti veloce di 40 anni: Hagar è diventato qualcosa in più di un semplice qualcuno. Meglio noto come l’uomo che nel 1985 sostituì David Lee Roth quando lasciò il gruppo dei Van Halen, in undici anni Hagar ha contribuito con la band a tirare fuori quattro album di platino multipremiati. Prima e dopo il periodo Van Hagar il Red Rocker [il rocker rosso, la definizione è la sua] è giunto in cima alle classifiche sia come solista (chi può dimenticare il suo inno del 1984 per i guidatori dall’acceleratore facile di tutto il mondo, I Can’t Drive 55?) sia come frontman del suo attuale supergruppo, i Chickenfoot.
Di recente ha aggiunto “scrittore” al suo CV: la sua autobiografia Red, ormai un best-seller, racconta della sua doppia vita da musicista della Hall of Fame da un lato e allo stesso tempo astuto imprenditore; basti ricordare la vendita realizzata nel 2007 dell’80% del suo marchio di tequila Cabo Waco alla Grippe Campari/Skyy per 80 milioni di dollari.

Il che ci riporta per direttissima alla sua fissazione per le Ferrari. Nel corso di una chiacchierata di due ore Hagar, 64 anni, eccitato come un bambino a Natale, chiarisce immediatamente che le auto hanno svolto un ruolo fondamentale nella sua vita emotiva. Sebbene possegga oltre dieci auto di diverse marche, lì pronte quando gli viene il ghiribizzo di farsi un giro per le colline di Marin County, sono le sei auto uscite da Maranello che gli ispirano i racconti più appassionati.
C’è la 512 BB del 1982, che gli ha consentito di percorrere il tratto di autostrada dalla sua casa di Malibù, Los Angeles, fino a Mill Valley, su a nord nel minor tempo possibile: quattro ore e 18 minuti per bruciare 665 km. “In diversi tratti devo avere tenuto una media di 240km/h”, dice con un sorriso che non riesce a trattenere. Oppure la telefonata di Eddie Van Halen, che gli chiedeva di unirsi alla band, dopo che il chitarrista amante delle Lamborghini aveva ammirato uno dei Cavallini Rampanti di Hagar nel garage del meccanico Claudio Zampolli a Los Angeles. “È vero, è stato Claudio a farmi entrare nella band, ma era anche il migliore meccanico in assoluto, per sistemare le auto gli bastava ascoltare il rombo del motore mentre arrivavo da lui”, dice Hagar di Zampolli, famoso per avere unito due V8 Ferrari per creare il motore delle supercar Cizeta-Moroder, da lui fondata insieme al compositore premio Oscar Giorgio Moroder. E non dimentica quando stava registrando a Los Angeles, nello stesso studio dei Pink Floyd, negli anni ’80, e il nostro eroe arrivava ogni mattina a bordo di un’auto diversa e stravagante solo per stupire gli amati colleghi britannici. “Sono un vero fan dei Pink Floyd, per me David Gilmour è un mito assoluto, insieme a Eric Clapton, e tirare fuori tutto l’amore che lui e Nick Mason hanno per le auto, soprattutto per la mia 365 GTC coupé, era proprio un’emozione”, dice.

“Tornavo da un tour completamente su di giri e la cosa migliore era mettermi al volante di una delle mie Ferrari e guidare da LA a Bay Area e ritorno”

Ma forse la storia più affascinante di Hagar parla del modo in cui il rombo irresistibile di un motore Ferrari lanciato a tutta velocità, in particolare il suo preferito Colombo V12, l’abbia aiutato a trovare il suo tipico sound chitarristico e vocale. “Mi viene la pelle d’oca a pensarci, ma quando, negli anni ’80, cominciai a cercare un sound che mi contraddistinguesse, decisi che doveva assomigliare a quello di un motore Ferrari, che va a 4.500 o 5.000 giri al minuto. Doveva avere quel “vroooom”, quel suono lancinante, come se le casse esplodessero in mille pezzi”, dice agitandosi sulla poltrona dov’è seduto. “Ora, quando io urlo cerco una sensazione di fluidità. Se non fosse stato per la Ferrari, non urlerei in quel modo. Urlo a 9.000 giri, canto a 4.000. Nel pezzo [dei Van Halen] Dreams, la parte in cui canto ‘higher and higher’ sono io che imito una Ferrari alla linea di partenza”. Hagar batte le mani, si abbandona di nuovo contro lo schienale della poltrona e ride. Il rombo orgoglioso di un uomo al culmine della carriera, di successo nella vita privata (ha due figlie piccole dalla moglie Kari e due figli maschi ormai adulti da un precedente matrimonio) e in quella professionale (oltre al gruppo dei Chickenfoot, ha lanciato di recente un nuovo rum di alta qualità e la sua catena di ristoranti senza scopo di lucro Sammy’s Beach Bar & Grill offre da mangiare a bambini malati e bisognosi in cinque città degli Stati Uniti). Ma non è sempre stato così fortunato. Sam Roy Hagar è nato a Fontana, in California, nel 1947, e lì è cresciuto, a circa un’ora di macchina da Los Angeles. Suo padre lavorava per un’azienda siderurgica e tirava di boxe e ha trasmesso a suo figlio l’idea che nella vita bisogna essere tosti, non mollare mai. Una lezione di vita che si è rivelata preziosa perché il destino di Hagar è stato quello di trasformare la sfortuna in successo: è arrivato primo in classifica con i suoi singoli dopo essere uscito dai Montrose prima e dai Van Halen poi, ha azzeccato un business d’oro con la sua tequila e, più recentemente, con un ristorante nella sua città natale a Mill Valley, El Paseo, che serve manicaretti creati dal celebre chef americano Tyler Florence. “Volevo diventare ricco e famoso perché sono nato povero, ma una volta avuti fama e successo non sono più riuscito a fare a meno del brivido puro di lanciarmi in nuove avventure imprenditoriali”, dice Hagar, seduto accanto a una parete piena di schizzi dei progetti per la sua catena di ristoranti Beach Bar & Grill che si trovano soprattutto negli aeroporti e che, a oggi, hanno donato più di un milione di dollari a opere benefiche a favore dell’infanzia.

“Magari si potrà dire che sono un tipo all’antica, e forse è vero, ma per me una Ferrari ha 12 cilindri”

“Non è più solo una questione di denaro. Quello che guadagno adesso lo devolvo quasi tutto in beneficienza, qui si tratta della sfida. L’idea per una bella canzone è come quella per un buon business: cerchi sempre di arrivare al top”. In ogni momento della lunga carriera di Hagar il successo economico è stato coronato da un premio automobilistico. Qualche anno dopo l’epifania che lo colse sul sedile del passeggero della 250 Lusso di J Geils – fino a quel momento Hagar era stato un appassionato di Ford, passione evidente nella Ford GT del 2005 dalle scintillanti strisce bianche e blu che si trova nel suo immenso garage – il cantante partì in spedizione a Londra con in tasca i proventi delle royalty per andare a caccia di Ferrari. Trovò una 330 GT 2+2 a quattro fari verniciata in azzurro Bluebird che si diceva fosse appartenuta al re dei record di velocità britannici Donald Campbell. “Avevo dato un’occhiata anche a qualche Maserati ma, in fin dei conti, era una Ferrari a 12 cilindri che volevo”, dice. “Sono andato ovunque con quella macchina, ho guidato per tutta l’Inghilterra poi l’ho spedita a casa e ci ho girato tutti gli Stati Uniti. All’inizio non sapevo niente delle Ferrari, non mi rendevo conto di che macchine estreme fossero; quell’auto mi ha insegnato tutto quello che c’era da sapere”. Ma all’inizio degli anni ’80 la 330 stava iniziando ad andare in crisi.

“La GTS 275 è probabilmente la mia preferita tra le Ferrari più piccole”

Hagar la vendette e trascorse qualche mese con una 308 GTB prima di adocchiare da Zampolli una 512 BB nera. Il meccanico gli offrì di aiutarlo a comprarne una, ma Hagar non aveva la disponibilità economica. “Poi, uscì il mio album Standing Hampton e Three Lock Box si guadagnò il disco di platino, così tornai tutto contento da Claudio e ordinai una BB”, dice Hagar con un largo sorriso, al ricordo di quel momento di trionfo. “Ecco, era iniziato il viaggio”. Il tornado di entusiasmo di Hagar per la Ferrari risucchiò ben presto il suo compagno di Band nei Van Halen Michael Anthony del quale Hagar dice, ridendo: “guidava una Mercedes, o qualcosa del genere”. Anthony, che fa parte dei Chickenfoot insieme al chitarrista Joe Satriani e al batterista Chad Smith, ricorda le cose in modo un po’ diverso. “Avevo una [Porsche] 911SC, ma poi incontrai Sammy ed ecco che d’improvviso mi ritrovai al volante di una Dino 246 del 1972”, ride. “Meglio non diventare amico di Sammy, se ci tieni al tuo matrimonio. Sono passato da avere due auto ad averne 12. Per fortuna mia moglie si rende conto che ci sono cose peggiori che un marito possa fare, rispetto alla passione per le auto”. Hagar ride, quando gli raccontiamo l’aneddoto, ma concorda con il fatto che l’adorazione per le macchine gli ha impedito di prendere una brutta china, come altri colleghi nel rock. “Se sei fatto, non puoi guidare”, dice, “e a me guidare piace troppo”. Ma aggiunge che le auto non sono mai state, per lui, un modo per sfogare la tensione accumulata nel mondo della musica. “Direi che per me è il contrario, mi tengono in circolo l’adrenalina. Tornavo da un tour completamente su di giri e la cosa migliore era mettermi al volante di una delle mie Ferrari e guidare da LA a Bay Area e ritorno”, dice. Uno di questi giri Hagar l’ha fatto con la nuova 400i con interni in pelle nera e rossa, le cui chiavi un giorno gli sono state sequestrate da Anthony. “Un giorno me ne sono innamorato, e da allora ho perso la testa per la Ferrari a 12 cilindri”, dice Anthony, che si è allontanato da quella strada solo molto di recente, con una Ferrari California a otto cilindri. “Tutti e quattro [nei Van Halen] amavamo le auto e avevamo la passione di guidarle per i canyon intorno a Malibu, fantastico. Abbiamo passato davvero momenti indimenticabili e di grande adrenalina, in quel periodo”.
Sebbene ancora perdutamente innamorato delle sue 512 e 400i, alla fine degli anni ’80 Hagar decise di celebrare il suo crescente successo con i Van Halen con una nuova italiana. In lizza c’erano una 275 GTB e una Daytona; alla fine scelse una Daytona del 1971 con una lunga storia, incluso il sequestro dal proprietario precedente, una star del porno con problemi di droga. “Non sono certo si trattasse di John Holmes”, racconta Hagar con un sorriso malizioso, “ma di sicuro era un tipo piuttosto alto, il sedile dell’auto era tirato molto indietro”.
Le cose rimasero così per un certo tempo. Arrivarono varie altre auto (una Ferrari d’ispirazione familiare, 2+2 ma questa volta 456) e molte furono cedute (comprese una “ruvida” Shelby Cobra e diverse Jaguar). Dopo aver venduto il business della tequila Cabo Wabo, inspirato dal suo bar e dalla sua casa di Cabo San Lucas, in Messico, arrivò però un’altra occasione da festeggiare con una nuova auto. Anzi, due in verità. Prima una GTB 599 nera, riconoscibile dalla striscia rossa dal muso alla coda; un’auto imponente, con altri due dettagli personalizzati, i coprimozzo rossi invece che gialli e una piccola targhetta montata sul cruscotto che indica che l’auto è stata costruita per lui e consegnata nel giorno del suo compleanno.
“Posso solo dire, molto semplicemente, che è la mia Ferrari preferita di sempre”, dice senza esitazione. “Magari si potrà dire che sono un tipo all’antica, e forse è vero, ma per me una Ferrari ha 12 cilindri. E questa è un mostro. Penso davvero che tra vent’anni sarà come oggi la Daytona. Forse addirittura la Lusso. Per me, tutte le Ferrari sono eccezionali, ma ci sono casi in cui ne arriva una che è ancora più speciale, come la GTO o la Testarossa originale. E io credo che la 599 abbia quel tipo di carica”.
La sesta della sua mezza dozzina di Ferrari (in ordine di apparizione: 275 GTS, 512 BB, Daytona, 456, 400i e 599) è approdata al suo garage per via indiretta. Hagar cercava una Enzo, cosa che sorprendeva lui per primo. “Quando uscì, era un’auto che non mi piaceva, troppo Formula Uno per me”, ricorda. “Ma l’auto non è cambiata, quindi mi pare ovvio che sono cambiato io. Quando al Concorso Italiano [il raduno annuale simile al Concorso d’Eleganza della penisola di Monterey in California] ho visto una Enzo nero-su-nero ho pensato fosse l’auto più bella che io avessi mai visto in tutta la mia vita. Me ne sono innamorato. Ho cercato di comprarla, ma costava troppo”.
Sia il prezzo elevato che l’indicazione di non guidarla troppo per non influire sul prezzo di rivendita lo fecero desistere, indirizzandolo a una scelta molto diversa, ricorda Hagar. “La GTS 275 è probabilmente la mia preferita tra le Ferrari più piccole” dice, camminando lungo una sfilza senza fine di casse di attrezzatura musicale e pareti coperte di dischi d’oro, sorpassando uno studio di registrazione piccolo ma molto ben attrezzato per arrivare finalmente a un garage illuminato a giorno. Accarezza con la mano i fianchi sinuosi delle cabrio. “Guardate qua. Questa è la perfezione. Forse una potenza appena inferiore al dovuto ma così maneggevole”, dice. “La guido ovunque, non mi importa il valore, perché io non comprerò mai una Ferrari per tenerla in garage. Io le mie auto, le guido”.
E così fa, saltando in una FF con interni antracite e tabacco che la concessionaria di San Francisco gli ha portato da provare.
Sulle prime Hagar è scettico, borbotta qualcosa sul retro di questa spaziosissima quattro ruote motrici, troppo ingombrante rispetto alle linee svelte delle auto più sportive. Però gli basta scalare le marce e percorrere qualche chilometro che è già conquistato. “Wow, che altro posso dire?”, esclama una volta rientrato in garage, girando intorno alla FF come un predatore. “Un’auto che non ha nulla da invidiare alla mia 599 in fatto di prestazioni, sorprendente”. E le sue figlie piccole possono stare comodamente sedute sul sedile posteriore. Hagar scuote la criniera leonina di riccioli biondi. Si vede che è rimasto colpito, ma non decide. “Aspetto la prossima supercar, la nuova Enzo”, dice. “Le Ferrari sono una parte importante della mia vita da così tanto tempo e raramente ho sbagliato, a parte quando non ho voluto comprare la Enzo e ho perso quell’occasione. La vita è bella e breve, e non farò due volte lo stesso errore”. Detto ciò Hagar sale a bordo della sua 599 personalizzata e mette in moto. “Aaaaaaaaaaaaaao!”, sibila, preme l’acceleratore e contemporaneamente echeggia l’urlo celeberrimo del rocker, insieme al rombo dei 12 cilindri. Hagar fa un cenno con il capo, strizza l’occhio, e via.

Pubblicato su The Official Ferrari Magazine nr. 18, settembre 2012

To get more of The Official Ferrari Magazine mix of people, lifestyle, arts and culture: Subscribe now