Creando emozioni

Dante Ferretti Ferrari California

Lo scenografo Premio Oscar Dante Ferretti, che ha lavorato con i più illustri registi cinematografici, è uno straordinario talento ed ama lavorare con le mani. Lo abbiamo incontrato a Cinecittà, i famosi Studios romani, per parlare della sua vita e di quello che pensa della perfezione della Ferrari.

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Chi non è stato a Cinecittà non può sapere cosa sia il vero cinema. Non tanto per ciò che vi trova, sia ben chiaro, non siamo ad Hollywood, ma per chi trova: nei teatri che sorgono ai lati di strade che sembrano imprevedibili toboga per via delle continue protuberanze dovute alle radici dei pini marittimi che le delimitano, oltre che in grandi spazi all’aperto, si scorgono scene che portano in luoghi ed epoche che nulla hanno a che fare con la realtà che le circonda. Una nave, New York negli anni trenta, un tempio nepalese e, nel pieno sole di giugno, anche l’antica Roma che sembra in lotta tra splendore e decadenza. Tutto attorno un mondo dissonante ed improbabile fatto di elettricisti, montatori, parrucchieri, truccatori, aspiranti attori e figuranti, ciascuno completamente disinteressato da ciò che gli altri fanno in un misto di attivismo e pigrizia che seguono ritmi di situazioni ad una, ad una, differenti. “L’architetto Ferretti? Come no, è arrivato, vada sempre dritto, il suo studio è nell’angolo là in fondo…”, ci dice il custode dell’invalicabile cancello degli Studios romani. Percorriamo la strada piena di dossi ed arriviamo proprio all’angolo di quello che sembra il viale principale. Le porte che danno su strada sono diverse. Proviamo a bussare alla prima, nessuno risponde. Apriamo, ma all’interno ci sono solo decine di grandi lampade di scena. Proviamo alla seconda, apre un artigiano che sta lavorando ad un oggetto che potrebbe stare tra un robot ed un animale preistorico. “Ferretti? Non è qui, penda a sinistra, la prima porta”. A sinistra c’è una grande porta, in effetti, sembra quella di un garage, proviamo ad entrare e non facciamo fatica a capire che il posto è quello giusto: ci sono modelli di edifici e grandi plastici, disegni e bozzetti alle pareti e tre o quattro persone che lavorano per completare il progetto di un padiglione destinato alla prossima Esposizione Universale di Milano. Ferretti, Dante Ferretti, lo scenografo che ha ricevuto tre premi Oscar, e nove nomination oltre ad aver ricevuto un numero infinito di Nastri d’argento, David di Donatello, Bafta Awards e chi più ne ha più ne metta, è lì in piedi, camicia fuori dai pantaloni, a controllare che un dettaglio del suo nuovo progetto sia proprio come lo aveva pensato. Ecco Cinecittà: chi avesse pensato che il celebre scenografo, adorato da Fellini e Scorsese, ricercato da grandi registi e grandi produzioni del mondo intero, si trovasse in un ufficio ovattato protetto da segretarie ed assistenti, si sarebbe profondamente sbagliato. Ferretti è lì a lavorare con le sue mani, oltre che col suo straordinario talento, esattamente come fanno tutti quelli del cinema in quel mondo di apparente finzione che sta oltre i cancelli degli studi cinematografici del mondo intero.

“Che differenza c’è tra lavorare a Roma o ad Hollywood?”, ci chiede rispondendo a una nostra domanda, “nessuna. Quello del cinema è un linguaggio unico. La differenza sta nel come il cinema viene considerato. In USA è un’industria importante, una voce principale dell’economia. Da noi è considerato poco più di un hobby. Qui veniamo chiamati cinematografari, quasi gente di seconda o terza categoria”. Ride. Poi, invece di farci entrare chiede di andare a vedere la Ferrari California che gli abbiamo portato da provare. Si ferma a guardarla con l’attenzione di chi, dietro lo sguardo, nasconde un pensiero preciso. “Queste Ferrari sono talmente perfette che bisognerebbe fare errori per renderle umane. Si, la Ferrari è perfetta. A Los Angeles, sul Sunset Boulevard c’è un ristorante italiano. Lo riconosci, arrivando, per la Ferrari blu di Silvester Stallone che va a mangiare lì. Lui è orgogliosissimo delle sue Ferrari, in garage le tiene protette da teli rossi. Una volta mi ha portato a vederle e saliva, le metteva in moto e vroom, vroom, accelerava con una grandissima soddisfazione…”. Così, d’improvviso Ferretti esce dalla dimensione romana di una Cinecittà estiva, per diventare l’uomo che si muove con disinvoltura tra i personaggi che animano le fantasie del pubblico del mondo intero, senza per questo perdere quel tratto spontaneo fatto di curiosità e coraggio, tipico degli italiani di provincia.

“La prima volta che sono venuto a Roma, ci sono arrivato in autobus, da Macerata dove sono nato. Volevo fare scenografia, adoravo il cinema e passavo le giornate a veder film, anche tre in quattro sale diverse, prima all’Italia, poi al Corso e al Cairoli, infine, al Sferisterio. Mio padre mi chiedeva dove fossi stato. ‘A studiare’, gli rispondevo. Ma a scuola ero un disastro. ‘Voglio andare a Roma’, gli dicevo. E lui se ne fece una ragione, ma mi pose la condizione di essere promosso all’istituto d’arte che frequentavo. Quella promessa mi fece diventare da asino che veniva rimandato con sei materie, al primo della scuola col massimo punteggio!”.

“Queste Ferrari sono talmente perfette che bisognerebbe fare errori per renderle umane”

Bisogna sapere che Macerata non è troppo lontana sia geograficamente che per mentalità di chi vi abita, da Rimini, la città di Federico Fellini. E Fellini, per il giovane Ferretti, era un riferimento assoluto. Arrivato a Roma con l’idea precisa, favorita dai consigli dello scultore Umberto Peschi che lo aveva incoraggiato a pensare in grande, il giovane Ferretti comincia a lavorare con il regista e scrittore Pierpaolo Pasolini, il primo film è Medea nel 1970, quando non ha ancora trent’anni. Prosegue con Decameron ed i Racconti di Canterbury, altri due film molto importanti di questo regista italiano di grande talento. Nel frattempo aveva conosciuto Fellini e si frequentavano. Ma l’occasione di lavorare insieme non si era ancora creata. “Quando Fellini iniziò a preparare Roma, mi chiese di fare la scenografia insieme a Danilo Donati, ma riuscii a dirgli di no: ‘maestro, se lo facciamo in due, tutto quello che andrà bene sarà merito suo e quello che andrà male, colpa mia’ gli dissi!”.

Malgrado quella rinuncia la carriera di Ferretti è inarrestabile e le sue scenografie sono lo sfondo dei film dei più celebri registi italiani dell’epoca. Il tempo passa, “Una sera, con Fellini, passeggiavamo chiacchierando, qui a Cinecittà. Era buio e, arrivati sotto ad un lampione, quasi volesse vedermi bene in viso, lui mi disse: ‘sono passati 10 anni ed è ora che tu cominci a lavorare con me’”. In queste parole, ancora oggi, si sente l’emozione provata da Ferretti in quel momento. “Facemmo Prova d’orchestra. Poi La città delle donne, La nave va…”. In tutto cinque i film, fino a La voce della luna.

“Ero al Festival di Cannes, insieme a Lisa Minelli e ad altri attori, e siamo andati a Montecarlo a vedere il Gran Premio dalla terrazza dell’Hotel de Paris. C’era un’eccitazione incredibile, erano tutti per la Ferrari. ”

E l’America? Già, perché una brillante carriera in Italia avrebbe potuto appagare molti, ma non lui che aveva in testa, fin dai film visti a Macerata, il mito di quella scritta Hollywood, stampata su una collina californiana. “Scorsese lo avevo conosciuto qui a Cinecittà quando giravamo, con Fellini, La città delle donne. Avevamo pranzato insieme e da quel momento aveva cominciato a chiamarmi per fare film con lui. Fui costretto a rifiutare più di una volta perché ero impegnato. Poi capii che non avrei più potuto dire di no ad una sua offerta. Non mi avrebbe più chiamato… Era 1l 1992 e mi chiese di fare L’età dell’innocenza. Per raggiungerlo avevo viaggiato a bordo dell’aereo della MGM, lussuosissimo, e vicino a me dormiva, con la coperta fin sopra la testa, una ragazza nera. Avevo visto solo un dito… all’arrivo mi accorsi che era Naomi Campbell. Posso dire di aver dormito con lei!”, dice con una risatina tra scherzosa ed ironica, ricorrente nel suo modo di porgersi.

Si potrebbe stare un intero giorno ad ascoltarlo. Mentre parla, disegna. Sta immaginando una grande costruzione neogotica. “In questo lavoro la magia viene dagli errori. Me lo ha insegnato Pasolini. Girando il Decameron, ambientato nel Medioevo, trovammo una bellissima scalinata rinascimentale. Pasolini chiese di girare una scena anche lì. Alla mia obiezione sulla discordanza temporale mi disse che era proprio quel genere di errore a rendere la realtà credibile. È così, il mondo è sbagliato, quindi sono le cose sbagliate ad esser giuste”.

Se così fosse come sarebbe un film sulla Ferrari? “È qui il punto: alla Ferrari è tutto talmente perfetto! La farei di legno, come una scultura, come fece Howard Hughes di The aviator (Hughes, il protagonista del film di Scorsese, sceneggiato da Ferretti, realizzò un enorme idrovolante in legno con 8 motori, chiamato “Spruce Goose” e ancora visibile all’Evergreen Aviation Museum di Long Beach). La penserei come una barca a vela studiata in ogni particolare per dare il massimo, con un solo posto e nulla che impedisca al vento di scivolare in modo da ottenere il massimo della potenza”. E da dove arriva questa idea? “Ero al Festival di Cannes, insieme a Lisa Minelli e ad altri attori, e siamo andati a Montecarlo a vedere il Gran Premio dalla terrazza dell’Hotel de Paris. C’era un’eccitazione incredibile, erano tutti per la Ferrari. Lo stesso in Canada, quando giravo The Aviator e sono andato a vedere il Gran Premio, una meraviglia”.

Ma come lavorano i registi col loro scenografo? Che differenze tra Fellini, Pasolini e Scorsese, per prendere tre grandi che Ferretti ben conosce?

“Fellini ogni giorno mi chiedeva cosa avessi sognato. Io gli rispondevo, niente o non ricordo. Poi ho capito che avrebbe continuato e così mi sono messo ad inventare i sogni. Lui sicuramente sapeva che li inventavo, ma voleva capire che fantasia avessi. E così io inventavo delle storie simili a quelle che lui raccontava nel suo cinema. Eravamo delle stesse terre e parlavamo la stessa lingua. Gli avevo raccontato di essermi sognato di essere ragazzino e di essermi nascosto sotto le gonne della sarta…”. Guarda caso, una situazione che si troverà in un film del grande Fellini.

“Pasolini amava tutto ciò che era vero, non amava la borghesia. Non c’è stata confidenza tra noi. Mi dava la sceneggiatura e mi suggeriva i libri da leggere e studiare per interpretarla, dai Racconti di Canterbury al Kamasutra e di vedere la pittura di quelle storie e di quelle epoche. Lui, infatti, lavorava come un pittore nei suoi film. Teneva la macchina da presa fissa e inquadrava a scendere (cioè stringendo progressivamente il campo). Nel Decameron abbiamo reinterpretato la pittura di Giotto. Poi, come ho detto, è stato lui ad insegnarmi il valore degli errori”.

Affascinante. E per Martin Scorsese è ancora diverso: “lui ama molto il cinema italiano, ha una ammirazione speciale per Luchino Visconti. Sa tutto del cinema, proprio tutto, è incredibile, conosce tutte le inquadrature di tutti i film. Con lui si lavora così: ti da la sceneggiatura e suggerisce di vedere tutta una serie di film che spesso non hanno nulla a che vedere col copione. Ma in questo modo fa capire quale sia il mood che cerca. Poi gli porti le idee e lui ti lascia molto libero, dice great!, great! e si lavora benissimo insieme”.

Alla parete, incorniciati, ci sono molti dei riconoscimenti che Dante Ferretti ha condiviso con sua moglie, Francesca Lo Schiavo, arredatrice di scena. “Abbiamo sei statuette dell’Oscar, tre a testa. L’Oscar è un sogno, un simbolo, qualsiasi cosa fa riferimento all’Oscar. La prima nomination fu per Il barone di Munchausen di Gilliam. Ma niente Oscar. Poi Amleto di Zeffirelli. Niente. Dopo quelle, altre nove nomination. E ogni volta non arrivava. Non volevo più andarci. Poi Francesca, nel 2005, mi ha convinto ad accettare l’invito di Martin ad andarci col suo aereo. E finalmente è arrivato per The Aviator. Da quel momento non smettono più di darceli: Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street, nel 2008 e quest’anno Hugo Cabret”.

Cosa potrebbe desiderare ancora questo “ragazzo di Cinecittà” che ha conquistato il mondo? A giudicare dal lavoro che sta facendo, in teatro, al cinema e perfino per l’architettura, non si pone certo limiti. Ma col tono scanzonato proprio di chi trova nella fantasia la gioia di creare, aggiunge: “cosa vorrei vincere ancora? Il Superenalotto!”. Ride, sa che col suo lavoro le lotterie le ha fatte vincere a tutti, in particolare al pubblico che ama i suoi lavori anche se, come spesso capita, non pone troppa attenzione ai titoli di coda. Errore.

Pubblicato su The Official Ferrari Magazine n.18 di settembre 2012

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