La bellezza del paddock

La bellezza del paddock

Il ruolo delle donne nel paddock è cambiato: in passato erano spesso cronometriste per nascondere la paura di incidenti purtroppo frequenti. Oggi sono protagoniste in molti ruoli: non solo mogli o compagne, ma anche giornaliste, ingegneri nei team, addette alle Pr e alla stampa o attraenti madrine dei piloti sulla griglia di partenza

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Josefa Idem in Guerrini, canoista, tedesca di nascita e ora italiana per matrimonio d’amore con Guglielmo che vive a Ravenna ed ha due figli che mangiano con lei merendine negli spot televisivi può essere citata come simbolo quando si parla di donne e di Formula 1. A luglio Josefa detta Sefi, anni 48, sarà in gara nella sua ottava Olimpiade: una per la Germania, sette per l’Italia. Con una medaglia d’oro, due d’argento, due di bronzo, più cinque titoli mondiali. Sefi è stata collaudata nel ruolo carismatico di donna da Formula 1 una sera a Savona, nel teatro municipale pieno di stucchi dorati: un giornale aveva indetto una premiazione di campioni locali, gli “enfants du pays” nella tremenda e abusata definizione francese, ed aveva ottenuto la presenza da vetrina di Eddie Irvine, pilota nordirlandese della Ferrari in piena era Schumacher nonché notorio assatanato sciupafemmine. Irvine sbuffava perché – precettato da Maranello – avrebbe avuto altro da fare, voleva andare via e ancora non aveva saputo che doveva aspettare due ore perchè alla fine c’era in premio per lui una ceramica che avrebbe certamente buttato nel primo cassonetto della spazzatura. Un giornalista che lo conosceva venne pregato di bloccarlo, calmarlo, distrarlo. Per fortuna era lì anche Josefa, premianda lei pure, per fortuna il giornalista conosceva Josefa, per fortuna Josefa conosce l’inglese, oltre al tedesco, all’italiano e al romagnolo, per fortuna Josefa accettò di parlare con il pilota, raccontandogli la sua canoa, le sue gare, soprattutto avviluppandolo con la sua quieta bellezza. Irvine si fece calmo, attento, fu gentile anche quando gli diedero quel pezzo di ceramica.

Quella sera il giornalista pensò automaticamente a Corinna Schumacher la moglie di Michael, tedesca come Josefa e con la sua stessa burrosa, vitaminica determinazione, e ad un po’tutte le donne dei box della sua pinacoteca messa insieme in tanti anni. Le prime, quelle della speciale personalissima frequentazione di Enzo Ferrari per il quale tutta l’altra metà del cielo era un paddock dove esercitare la sua impalpabile ma avvertibile tirannia, dove affinare il suo sano voyeurismo italiano anzi di più, emiliano. Poi le tante degli anni e anni di reportage in Formula 1, mogli, fidanzate, aspiranti star o semplici curiose sognatrici d’autografi. Infine, quelle che appaiono sugli schermi con l’aiuto di tecnologie sempre più invasive che compensano la rarefazione delle sue ispezioni negli autodromi. Quel giornalista pensò, prendendo atto che non aveva sin lì capito niente, che se per narcotizzare e paralizzare Irvine bastava la Josefa di tenera bellezza, tanto che alla fine nel teatro a guardare l’ora era lei, non il pilota, le donne valgono più per quello che sono che per come appaiono.

“Nel mondo dell’apparire la Formula 1 ha trovato un proprio ordine: l’automobilismo è una cosa seria e in gioco, non dimentichiamolo, c’è anche il rischio”

Ancora una digressione, una curva prima dello svolgimento rettilineo del tema “la donna dei box”. Da sempre questo giornalista ha in mente una mostra fotografica sulla donne che assistono alle corse delle auto. Le immagini parlano da sole del progressivo mutare del ruolo femminile alle corse: dallo stare vestita di nero su balconi lontani delle case di fango e di miseria nei paesi siciliani quando passava la Targa Florio, al suo avanzare in gonna vivace e perfino in pantaloni ai bordi della strada per la Mille Miglia, alla sua sempre più vistosa presenza sui circuiti, prime felice sotto il podio poi attiva e seria, intenta al cronometraggio manuale, nei box. Cambiando abiti, maquillage, acconciatura, corporalità, espressioni, atteggiamenti, doveri e poteri. Con la sensazione però che se l’avanzata significò emancipazione, questa ora è terminata per eccesso di freddezza di una Formula 1 che sembra voler mortificare il suo magico contorno. Oggi la donna delle corse è destinata a frequentazione di spazi in posti arretrati, dove il box diventa una stanza e lei fa la casalinga in fondo, presso l’angolo di cottura (dei sentimenti, dei conti del patrimonio famigliare, delle problematiche coniugali). Unico raggio di sole, una telecamera che stacca su un sorriso di gioia o una smorfia di trepidazione, col commento del telecronista che cita fuggevolmente il suo nome.

L’ultima donna dei box, quella di oggi, dà l’idea di essere benissimo informata sulle intercapedini da accettare perché il suo uomo, il pilota, sia sempre più spesso portato dagli eventi lontano da lei: impegni mediatici dilatati dalla televisione e adesso fatti lievitare dai mostri tecnologici che rosicchiano ogni privacy ma dilatano ogni personaggio, impegni di sponsorizzazione che pretendono abbastanza tempo in cambio di molto ma molto denaro, e infine aggressione degli spazi, per motivi di lavoro, da parte di altre donne che, lui sposato o non sposato, rubano una foto e un sorriso accanto a lui, l’eroe. Una volta, certe visite di donne celebri, o belle da celebrare, erano quasi eventi messianici e pericolosamente distraenti. Ci fu persino una proibizione, che ora definiremmo razzistica e farisaica, di Enzo Ferrari che, proprio perché amava eccome le donne, le sapeva foriere di tremendosità assortite e non le voleva intorno a uomini e macchine (morì un suo pilota e alla funzione funebre lui ci disse di aver dovuto fare il vigile molto urbano per dirigere il traffico di tre donne dolenti, ognuna ignota alle altre due). Casomai le accettava se erano capaci di stare al muretto, prendere i tempi, comunicare magari con gesti della mimesi di famiglia. Adesso, fatte salve alcune eccezioni, intorno ai piloti ci sono molte donne, dalla valletta che al via regge il cartello col nome di lui alle implacabili addette stampa che bloccano l’azzardo di una domanda fatta fuori dai rigidi rituali del paddock, e tante altre ancora. Ma raramente donne veramente protagoniste.

“Ci fu persino una proibizione di Enzo Ferrari che, proprio perché amava eccome le donne, le sapeva foriere di tremendosità assortite e non le voleva intorno a uomini e macchine”

Non che non si vedano le celebrità. Ma una Naomi Campbell modella, e modello ideale per questo tipo di teatro nel mondo, ora sembra stare lì per essere in qualche modo di tutti, mentre Delia Scala chiaramente era lì soltanto per Castellotti. E la si notava di più anche se come personaggio era infinitamente minore, una soubrette di teatri, di teatrini di un’Italia postbellica.
E poi ormai si sa tutto con forti rivelazioni, epifanie e celebrazioni mediatiche: amori, separazioni e ricongiungimenti. Ogni tanto anche figli.
Ho visto tante tantissime donne della Formula1, ho goduto di tiepide conoscenze dirette (anche qualche donna racchia, ma racchiezza di classe) e di intense frequentazioni visive a rischio onanistico. Ho visto ai box le casalinghe che non sapevano come vestirsi per l’occasione e i dolicocefali biondi deliziose quando silenziose, ho visto impegnate giornaliste e coraggiose fotografe, efficienti PR e annoiate accompagnatrici, ho visto ridere ma anche piangere. Ho regalato la “Guide de la femme québecquoise”, scritta da una mia amica di Montréal, alla canadese francofona Joanne Villeneuve, la moglie di Gilles, la quale in compenso mi ha fatto l’onore di lasciarmi strizzare, di fronte al motor home, i pannolini appena lavati del piccolissimo Jacques.
Provo infine a formulare un’ipotesi: da questo mondo in continuo mutamento le vamp (da vampire, sì: ci avete mai pensato?) sono quasi sparite rinunciando anche alla tentazione della potenza mediatica dei telefonini che ormai fanno radiografie che rimbalzano su facebook e twitter. Al loro posto quasi esclusivamente donne vere, con un ruolo. Anche star, ma vere star. Nel mondo dell’apparire a tutti i costi la Formula 1 ha trovato un proprio ordine, e non è male: l’automobilismo è una cosa seria e in gioco, non dimentichiamolo, c’è anche il rischio.

Pubblicato su The Official Ferrari Magazine n.17 di maggio 2012

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