Monica e il pianista

Monica Bellucci e Alessandro Baricco

Tra i personaggi della letteratura e del cinema di Alessandro Baricco, c’è il pianista che nel premiato film “La leggenda del pianista sull’oceano” vive la sua gloria restando sempre a bordo della nave su cui suona. Con lo stesso approccio vagamente surreale il celebre scrittore intervista per The Official Ferrari Magazine l’icona della bellezza italiana, Monica Bellucci. Un colloquio in cui la diva schiude dolcemente la propria anima

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Ciao Monica.
Ehi, che macchina.
Bella eh? Mi sa che ha più o meno la mia età.
Una Ferrari vecchia come te.
Già. Non fare altri commenti tipo chi è invecchiato meglio, quelle cose lì.
Va bene. Che ci dobbiamo fare con questa splendida Ferrari?
Delle foto. Prima dell’intervista vogliono fare qualche foto.
Bene!
Mica tanto.
Perché?
Io odio farmi fotografare.
Ma va’…
Anzi, già che ci siamo, insegnami un po’.
A fare?
Voglio dire, quando sei lì, mentre ti fotografano, a cosa pensi, tu?
Che domanda, a quel che sto facendo!
Cioè pensi a che faccia hai in quel momento?
Certo.
Io cerco di pensare a tutt’altro.
Errore! Quando ti fotografano devi produrre energia, forza, magari bellezza, ma soprattutto una qualche forza. Se pensi ad altro, come credi di riuscirci?

Non so, a me viene da scappare, e pensare ad altro.
Chissà che foto…
Lascia perdere.
Ad esempio, in questo momento dovresti sapere esattamente cosa stai facendo con le mani, con gli occhi, con tutto.
Ma figurati! E’ già tanto se so più o meno che faccia faccio.
Niente, non sei tagliato.
Scrivo, io. Non faccio il fotomodello.
Giusto. A proposito che intervista dobbiamo fare?
Quel che ci pare. Io avrei solo una regola da proporre.
Tipo?
Vietato parlare dei figli.
Perché?
Non so, tutti a parlare dei figli in ogni occasione. Boh, possibile che tutto passi da loro?
Sai una cosa dei figli?
Dimmi.
Che ti portano al di là di te stessa.
Spiega un po’…
Niente. Ti strappano cose che non hai mai pensato di poter fare, o di saper fare, o di voler fare.
Sì, è successo anche a me.
E’ fantastico.
Sì, però nell’intervista lascerei perdere, ti spiace?
Come vuoi tu. Di che parliamo allora?
Non so, vedremo. Non è facile perché vista da lontano tu sei tutta così tranquilla, giusta, tutto a posto, mai una svista…
Ah, ah, ah!
Non so, quando uno ti vede su un red carpet, ad esempio, sembra che ci sei nata, là sopra. Sembra che te la godi e basta.
Allora faccio finta bene.
Cioè?
Non mi abituerò mai a certi red carpet.
Ecco una bella notizia.
E’ difficile, stare là sopra. Ti giochi un sacco di cose in un attimo. Di peggio c’è solo stare in sala, nel buio, alla prima di un film in cui hai lavorato, e tu sai che può succedere di tutto, proprio di tutto, magari ti sbranano, o magari è un trionfo, chi lo sa, e tu sei là dentro, al buio. Micidiale. Molto bello, anche, devo dire.
Va be’, sono contento che hai paura anche tu, alle volte. E errori, errori ne hai mai fatti?
Che domanda! Un sacco. Con gli uomini ho fatto un sacco di errori.
Pensavo a quelli professionali.
Con gli uomini, un sacco.
Fammi un esempio.
Eh già…
Non c’è bisogno che mi fai i nomi.
Ma no, non è quello, è che… poi guarda, io gli errori me li dimentico, cioè, imparo un sacco di cose, dagli errori, devo dire grazie ai miei errori se sono qui, quindi sono perfino contenta di averli commessi, non li vivo come qualcosa che mi ha fatto del male.
E’ tipico dei campioni.
Cioè?
Una volta un grande allenatore di pallanuoto mi stava spiegando da cosa riconosci un vero campione da un giocatore bravissimo. Erano quattro o cinque caratteristiche, e una era: a ogni sconfitta diventa più forte.
Bello!
Già.
E’ così.

“Non me la farete mica guidare! No, fai solo finta. Ah. C’eri mai salita, prima, su una Ferrari?.”

Ti è successo? Di vivere una vera sconfitta, dico.
Mah, non so. Momenti difficili, sì.
Tipo?
Che ne so, ci sono certi momenti in cui ti senti davvero piccola..
Tipo?
Mah, per dire, quando sono andata a fare il provino per Under suspicion, hai presente, il film con Gene Hackman e Morgan Freeman?
Sì.
Vado al provino e c’era Morgan Freeman. Mi guarda e mi dice incredulo: you can act too? Be’, lì ti senti piuttosto piccola.
Voglio sapere, esattamente, parola per parola, cosa gli hai risposto.
Ma niente. Ho fatto il provino. L’ho fatto bene. Mi hanno presa.
Io mi sarei seppellito.
Che poi guarda, io mi son sempre sentita un animaletto, giusto un animaletto, soprattutto quando ero piccola, adesso magari sono un po’ più forte, ma insomma io sono sempre rimasta un animaletto, se capisci cosa voglio dire.
Forse.
Ad esempio io non sono egocentrica, io nella vita quel che vorrei fare è non disturbare. Hai presente quelli che quando entrano in un posto, che so, in una festa, entrano e se ne fregano degli altri, sono arrivati loro e allora tutti si devono accorgere che sono arrivati loro? Beh, io non sono di quelli. Io cerco di non disturbare, capisci?
Sì.
Un animaletto.
Di’, animaletto, vogliono che ti metti alla guida.
Non me la farete mica guidare!
No, fai solo finta.
Ah.
C’eri mai salita, prima, su una Ferrari? Non per lavoro, dico.
Sì, un paio di volte.
Chi era?
Ad esempio mi ricordo un regista francese. Avevamo un appuntamento e lui mi è venuto a prendere in Ferrari.
Guadagnando punti o perdendone?
No, beh, da lui non te lo saresti aspettato, non era il tipo che ti saresti aspettata arrivasse in Ferrari, e invece lo fece, ed era sorprendente, quindi sì, guadagnò dei punti. A me piace che gli uomini mi sorprendano. Non mi importa tanto della bellezza, o di chissà che altro, neanche me ne accorgo. Poi magari dicono anche solo una frasetta che però non ti aspetteresti, e allora d’improvviso mi accorgo di loro, incomincio a studiarli, iniziano ad esistere veramente, per me.

Immagino che adesso dovrei staccare una frasetta memorabile.
Rilassati.
Okay. Chi era quel regista?
Dai…
Va be’, dimmi allora un attore che veramente ti ha colpito, hai lavorato con tutte ‘ste star, dimmi uno che veramente ti ha lasciato di stucco.
Depardieu.
Perché?
E’ un animale.
In effetti…
In senso buono, dico, anzi, in senso magnifico. Ha una tipo di forza, di intensità, quel che puoi dire di lui è solo quello: un animale. Ma con ammirazione, eh?
Certo.
Un magnifico animale.
E tutti gli altri?
Bravi.
Niente di più?
Secondo te a un certo punto finiamo, con queste foto?
Ne sono sicuro. Certo fa effetto. Vedere come tutti ti stanno attorno. Vedere una star da vicino.
Una star?
Sì.
No, guarda, da noi non esistono star. Io le vere star le ho viste solo in America, lì sì capisci cos’è una star. C’è tutto un sistema industriale che vive delle star, quindi hanno bisogno di crearle, di averle, e sanno come fare. Allora sì è uno spettacolo. Ma da noi, in Europa, guarda, non esistono le star.
Be’, comunque fa effetto, l’effetto che fai sulla gente. Quando ti sei accorta che era così?
Cioè?
Quando ti sei accorta di essere arrivata, di aver svoltato?
Io non sono arrivata. Non sei mai arrivata.
Questo è molto americano.
Ma è vero. Io son giusto a metà della mia strada. O almeno vorrei che fosse così. Io ho voglia di invecchiare, sento che devono accadere ancora un sacco di cose. E poi con gli anni si migliora, si matura. Si diventa più forti.
Sì, lo so. O quanto meno, bisogna crederlo.
Ma è vero. Ad esempio certe cose non ti feriscono più.
Le critiche.
Ad esempio.
Una volta uno scrittore, ma non mi ricordo quale, ha detto una frase molto giusta: Le lodi mi annoiano, le critiche mi feriscono.
Bella!
Abbastanza vera…
Sì.
Le critiche ti feriscono ancora?
Mah, io non leggo mica più niente, sai?
Ci riesci?
Sì.
Non ci credo, ma fa lo stesso.
Dai…
Comunque non sembri molto cambiata, sai? Quanti anni fa ci siamo conosciuti?
Boh, tanti, era per quel film di Grimaldi.
Beh, non sembri molto cambiata.
E perché sarei dovuta cambiare?
Be’, hai avuto un sacco di successo, da allora.
Dai… E poi sai una cosa che ho capito del successo?
Dimmi.
Ti tira fuori quello che sei veramente.
Credi?
Sì, assolutamente.
Non so.
Pensaci.
Magari è invece come per i figli. Che il successo ti fa andare oltre a quello che sei. Ti strappa cose che non hai mai pensato di poter fare, o di saper fare, o di voler fare.
No, quello solo i figli.
Va bene.
Hanno finito, non credi?
Non so, mi ero distratto.
Sì, hanno finito. Andiamo a fare questa intervista.
Sì.
Magari mi aspetti un attimo che vado a cambiarmi.
Come vuoi. Io magari starei vestito così…
Stupido.
Ti aspetto.
Sì. Arrivo subito.

Pubblicato su The Official Ferrari Magazine n.17 di maggio 2012

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