Sicurezza in corsa: reintrodurre la paura per frenare l’incoscienza

Le auto e le piste sempre più sicure portano spesso i piloti ad esagerare. Quale metodo per fermarli?

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Le auto e le piste sempre più sicure portano spesso i piloti ad esagerare. Quale metodo per fermarli?

Nelle dimostrazioni matematiche, si usa ragionare in termine di limite. Vale a dire portando le situazioni all’estremo per dimostrarne la validità o meno. Perdonatemi se faccio un discorso che potrebbe essere criticabile, ma voglio farlo con lo stesso principio di ragionare al limite che può aiutare ad analizzare certe situazioni relative alla sicurezza dei Gran Premi.
La partenza di Spa, con le macchine che volano sulla Ferrari di Alonso – ma anche se fosse stata di un altro pilota il mio pensiero non cambierebbe –, piuttosto che la disinvolta manovra di Vettel a Monza nei confronti di Fernando nel momento del sorpasso, fanno pensare che i piloti di oggi si siano dimenticati che le corse automobilistiche sono pericolose.
E con pericolose intendo dire che sono competizioni dove si può morire.
Il paradosso è qui. Il lavoro che è stato fatto sulla sicurezza delle macchine e nei circuiti è stato tale che i giovani piloti di oggi sono convinti di poter fare qualunque cosa, perché tanto l’incolumità personale è garantita. Frequento le piste da decenni e ho visto morire tanti piloti che, molto spesso, erano anche amici. Li conoscevo intimamente sia per la passione e l’impegno che mettevano nello sport che avevano la fortuna di praticare, che per la sottile inquietudine che dava loro la presenza del rischio di una fine prematura. Le macchine erano molto poco sicure e le piste altrettanto.

In quegli anni, anche i più spericolati, anche i più guasconi, sapevano di doversi fermare in certi momenti e di non poter fare manovre che avrebbero potuto avere conseguenze fatali. Oggi questo sembra non succedere più. Si prova e, se va male, sarà la squadra a fare un paio di notti in piedi a mettere a posto una macchina sfasciata. Stiamo parlando di nuove norme per la sicurezza e l’incolumità dei piloti. In particolare si pensa alla protezione della testa, che è rimasta vulnerabile. Giusto. Ma ragionando in termini di limite, siamo sicuri che a furia di proteggere ed evitare rischi non finiamo con rendere le corse ancora più pericolose perché i più spavaldi, i più inesperti, e i più incoscientemente coraggiosi sapranno che intanto, alla fine, non capiterà nulla
È un quesito che non ha risposta: sarebbe impensabile tornare alle macchine pericolose per scoraggiare i piloti ad essere più attenti. La natura della gara finirebbe sempre per prevalere. Ma c’è comunque qualcosa che non va: oggi la direzione gara dispone di un gruppo di esperti che decide in diretta sui provvedimenti da prendere quando si verifica qualcosa di ritenuto non corretto. Una analisi difficile e dei provvedimenti spesso fonte di discussione. Sembra quasi che lo sport venga snaturato. Forse la vera idea sarebbe questa allora: bisognerebbe mettere regole molto ferme sui comportamenti e appiedare i piloti che non le rispettano, dando il loro volante per una, due o tre gare al pilota di riserva che tutte le squadre hanno.
E successo a Grosjean a Monza, è sembrato un fatto straordinario e isolato. Forse, sapendo che se fai la stupidaggine perdi due o tre Gran Premi, un certo tipo di paura potrebbe tornare. Per fortuna non quello della morte ma, certamente, una paura efficace.

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