Op Art, Op Cars

FF in omaggio a Vasarely; artwork Seidl e RTT

La Op Art, una forma d’arte che ha fatto del dinamismo la sua filosofia, trova in queste pagine una applicazione tanto inusuale quanto coerente: cosa meglio delle Ferrari per dinamizzarle ulteriormente? Lo storico dell’arte Luca Beatrice racconta la storia e la qualità di questo movimento artistico

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Op Art. Non è un errore di stampa né una forma onomatopeica utilizzata nel fumetto. Una vera e propria corrente artistica, bensì, che ha avuto una certa fortuna tra gli anni Sessanta e i Settanta. E che è tornata prepotentemente di moda nelle recenti stagioni per una serie di ragioni che forse sfuggono ai ragionamenti dei critici d’arte e tirano dentro questioni inerenti al gusto, alla moda, alla sensibilità. D’altra parte la nostra è anche l’epoca del “vintage” (il termine ha derivazione enologica, “vin d’age”, vino d’annata, di particolare pregio), testimoniata dal bisogno di passato cui ci appelliamo costantemente, come se ammettessimo l’attuale debolezza a dire e fare qualcosa di nuovo.
Ma andiamo in ordine.

“L’Op Art è un movimento d’arte astratta che si basa sul principio che al centro della questione non c’è solo l’opera ma anche il pubblico”

L’Op Art è un movimento d’arte astratta che si basa sul principio che al centro della questione non c’è solo l’opera ma anche il pubblico. Ovvero, attraverso la percezione del nostro sguardo il quadro non è più soltanto una superficie bidimensionale fissa e immutabile, bensì un campo di tensioni che combinate tra di loro fornisce l’illusione del movimento, dell’instabilità, della mutazione.
Non a caso si parla di illusione ottica: ho visto ciò che non c’è, ho immaginato di vedere ciò che invece c’è.
Dopo la grande stagione dell’Informale, caratterizzata da gesti impetuosi e segni automatici, la pittura ha di fronte a sé la necessità di andare oltre, verso l’oggetto, in direzione della cosa, pena la naturale estinzione. Primo a porsi il problema è stato Lucio Fontana, teorizzatore dello Spazialismo, che ci suggerisce l’idea che ci sia qualcosa d’altro rispetto al quadro, che la quiete della superficie va interrotta, forata, tagliata.
Le sue intuizioni fanno proseliti soprattutto a Milano nei primi anni Sessanta, dove i giovani pittori indagano la superficie, la forma, attraverso un uso monocromo della pittura.
Proprio in quest’ambito si sviluppa la corrente dell’arte programmata –quindi regolata come un teorema matematico e un procedimento scientifico- e cinetica –che implica il movimento. C’è chi ha visto in questi “esperimenti” l’ultimo bagliore delle avanguardie prima del grande rimescolarsi del postmoderno. Un’avanguardia che mescola insurrezione e legge, utopia e regola.
Per capire appieno il significato di Op Art bisogna però attraversare il confine, recarsi in Francia, alla ricerca di artisti apolidi –oggi si chiamerebbero globali- che non temono il confronto con il mondo moderno della meccanizzazione e dell’industria.

“Op sta ad Optical, come Pop sta a Popular”

Il “caso Vasarely” è certamente emblematico nella definizione di Op (Op sta ad Optical, come Pop sta a Popular). L’artista franco-ungherese, quando giunge a elaborare quelle opere che gli daranno fama imperitura, ovvero dalla metà degli anni Cinquanta in poi, prima del diffondersi del movimento, ha già alle spalle un abbondante ventennio di esperienza. E’ sufficiente ripercorrere alcuni passaggi salienti della sua lunga carriera -cominciata nel 1929 (all’epoca Vasarely ha ventitré anni, essendo nato nel 1903 a Pecs, in Ungheria) con l’iscrizione alla scuola Muhely di Budapest chiaramente ispirata ai dettami del Bauhaus, e terminata solo con la morte, avvenuta a Parigi nel 1997- per accorgersi di quanto le sue intuizioni risultino più che mai contemporanee.
Il fulcro della complessa teoria vasareliana sta certamente nei “programmi”. Anticipando la sensibilità minimalista che rifiuta qualsiasi soggettivismo, Vasarely formalizza la distanza pittorica dell’autore dal quadro, utilizzando dei collaboratori che applicano schemi in cui sono riportate precise istruzioni per dipingere. Sono schemi che contengono griglie, figure e numeri cui corrispondono colori e sfumature. Con un “programma”, paradossalmente, chiunque potrebbe replicare il proprio Vasarely senza ricorrere alla mano dell’autore. Le ragioni di tale svolta vanno rintracciate nel dibattito sul destino dell’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica, nella quasi coeva scoperta da parte degli artisti pop, Andy Warhol in testa, del procedimento serigrafico. Questo, di fatto apre la strada alla percezione multipla dell’opera e alla conseguente perdita di significato del pezzo unico. Infine la ragione della scelta “vasarelliana” è anche da ricercarsi nella non trascurabile aspirazione a dialogare con un pubblico più ampio. Vasarely scrive nei suoi appunti di sentirsi un artista popolare perché insegue i sogni di un socialismo utopista, anche questo mutuato dalla Bauhaus.

Si tratta in ogni caso di riflessioni teoriche sul destino della pittura che anticipano i tempi. Arrivano prima dei “Wall Drawings” di Sol LeWitt, che vende al collezionista il suo progetto di pittura murale; trovato l’accordo, manda i suoi assistenti a realizzare l’opera autorizzandone con un contratto le possibili repliche. Arrivano anche prima di Peter Halley, che eseguirà il quadro definitivo dopo che l’acquirente o il committente avrà scelto il disegno su carta, affidato quindi all’esperienza dei suoi collaboratori di studio. Nonché degli oggi celeberrimi Dots Painting di Damien Hirst, esempio di pittura ottica ripetuta meccanicamente con piccole ma significative variazioni che rendono il dipinto ogni volta unico.
Nel 1955 Vasarely si fa promotore alla Galerie Denise René di Parigi della mostra “Le mouvement”, invitando i futuri protagonisti dell’Op Art: lo scultore belga Pol Bury, il boliviano Jesus Rafael Soto, specializzato in installazioni cinetiche, insieme al “grande vecchio” Marcel Duchamp con i “Rotoreliefs”.
Ecco dunque che la provocazione di un’arte non più statica raccoglie l’entusiasmo di una generazione più giovane e agguerrita, rappresentata per esempio da Daniel Buren, che trasferisce la sua pittura in una dimensione di arte pubblica da collocare all’esterno e in relazione con l’architettura. Un peso importante l’ha avuto anche una donna, l’inglese Bridget Riley raffinata colorista che si spinge all’estremo di una pittura capace di provocare sensazioni di autentico smarrimento nel pubblico. Davanti ai suoi escamotages ottico-illusionisti (ma ciò vale anche per lo stesso Vasarely e per l’israeliano Agam), si prova quello stesso sentimento di vertigine e disorientamento su cui, non a caso, Alfred Hitchcock costruisce la teoria del suo film “Vertigo” (La donna che visse due volte), uscito nel 1958.
Né si può negare l’importanza della figura di M.C. Escher, genio olandese che traduce nella grafica e nelle suggestioni fantascientifiche i dettami della filosofia Op Art.

“ David Bowie sceglie per la copertina del suo album “Space Oddity”, un dipinto di Vasarely come sfondo”

Negli anni Sessanta Vasarely titola diverse sue opere con il nome di stelle e costellazioni, proprio quando l’uomo sta sondando le possibilità dello spazio fino a compiere il viaggio definitivo che lo porterà dalla terra alla luna. Interessante coincidenza, la pop-star David Bowie sceglie per la copertina del suo secondo album “Space Oddity”, proprio un dipinto di Vasarely come sfondo. Siamo nel 1969, lo stesso anno dello sbarco e di “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick.
Analoga aspirazione di Vasarely è “contaminarsi” con il mondo della moda, influenzando lo stile dell’epoca. Paco Rabanne nel 1968 disegna un’intera collezione ispirata all’Op Art di Vasarley e il cinema, con “Barbarella” di Roger Vadim (stesso anno) cita i suoi dipinti cinetici.
Non gli interessa il potere delle icone, ma la capacità di dialogare con la produzione industriale, entrando in rapporto con il nascente design moderno, ovvero la riattualizzazione dell’insegnamento Bauhaus nell’era del consumismo e del boom economico. Insieme al design, infatti, ci sarà il lungo e significativo rapporto con l’architettura, di cui Victor Vasarely è un assoluto pioniere.

Visionari
Come abbiamo re-immaginato i modelli attuali Ferrari come capolavori di Op art

Wolfgang Seidl, designer tedesco e art-director ha trasmesso la teoria e le idee della Op art ai modelli Ferrari attuali. Ad aiutarlo in questa attività Florian Drahorad, capo creativo di RTT, un partner che condivide interessi ed obiettivi comuni. RTT è una società leader nel mercato, specializzata in visualizzazioni in 3D in tempo reale di alta gamma, che sviluppa nuove tecnologie di processo per i suoi clienti. Come partner strategico, RTT aiuta le società ad esplorare soluzioni alternative per una completa esperienza digitale di tutto il ciclo di vita del prodotto, dal design allo sviluppo, fino al marketing e alle vendite.

Pubblicato su The Official Ferrari Magazine n.16 di marzo 2012

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