Gilles e Jacques. Quello che non si sapeva

Un’intervista esclusiva per il Ferrari Magazine apre la porta a ciò che non si sapeva dei due piloti canadesi

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Un’intervista esclusiva per il Ferrari Magazine apre la porta a ciò che non si sapeva dei due piloti canadesi

In questi giorni tutti scrivono e parlano di Villeneuve. Di Gilles, il pilota Ferrari morto trent’anni fa a Zolder, in Belgio, e di Jaques, il figlio, Campione del Mondo 1997 e vincitore ad Indianapolis, che ha guidato a Fiorano la vettura di suo padre. Sarebbe quindi inutile ripetere quello che altri hanno già detto e fatto.
Più interessante approfondire un po’ gli aspetti psicologici di un bambino – Jaques al momento della tragedia aveva 11 anni – che aspirava a fare il pilota e che si trovò di fronte alla tragedia di un padre adorato dal pubblico e tragicamente morto.
Ho cenato con Jaques ieri sera al ristorante Cavallino per preparare un’intervista esclusiva che uscirà sul Ferrari Magazine. Un’intervista in cui lui era, allo stesso tempo, intervistatore ed intervistato. Intervistatore di Piero Ferrari, per farsi raccontare come suo padre in realtà fosse, e intervistato su argomenti intimi e abitualmente nascosti.

Ci sono due cose, tra le tante, che mi hanno colpito: la prima è stata l’affermazione che è stata proprio la morte di suo padre a dargli lo stimolo per affrontare la carriera di pilota: “in quel momento ho sentito che avrei dovuto gestire da solo la mia vita. Questo mi ha dato una grande determinazione che mi ha fatto crescere e mi ha dato la forza di superare i tanti ostacoli di una carriera difficile”. Alla domanda sul perché non amasse parlare di suo padre, la risposta è eloquente “i giornalisti volevano avere come risposta quello che loro pensavano e non quello che io volevo dire. Così ho deciso di non parlarne più”. E così è stato fino al momento della conquista del Titolo Mondiale da parte di questo coraggioso uomo.
Un titolo mondiale che la Ferrari rimpiange ancora oggi, tra l’altro, strappato a Schumacher con un sorpasso degno del padre Gilles. “Michael era convinto che gli altri non potessero sorpassarlo, si sentiva il più forte. Dovetti agire d’astuzia: dopo il pit-stop avevo le gomme più fresche di lui perché ero entrato dopo. Sapevo che quello sarebbe stato il solo momento per passarlo. Allora l’ho tratto in inganno: non gli sono stato troppo vicino perché non si insospettisse.

Sapevo dove avrei potuto attaccarlo e ho fatto la curva precedente tanto forte da rischiare di uscire. Quando gli sono arrivato addosso lui non se lo aspettava. Sono passato”. Molti ricorderanno che Schumacher, tentando una difesa ormai impossibile, finì col toccare la macchina di Villeneuve e andò fuori strada. “Ma io sono stato fortunato a finire: sentivo dei rumori strani, pensavo fosse una sospensione e invece era la batteria che si era staccata, nell’urto, e sbatteva trattenuta solo dai suoi cavi elettrici. Ho finito per miracolo…”.
Interessante. Interessante capire e scoprire cose segrete che le cronache, spesso, dimenticano.

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