Mio nonno Pistuzòn fu testimone della nascita di uno dei capolavori di Sergio Scaglietti. Vi racconto come andò.
Questa me l’ha raccontata mio nonno Pistunzòn e sono orgoglioso che il Direttore me la faccia raccontare: quando ero un piccolo Pistunzen, il nonno mi raccontava storie utili alla mia formazione professionale. Qui a Maranello, infatti, bisogna essere ben in palla, come si dice.
Tra queste una delle mie favorite era quella di come Scaglietti avesse creato quella stupenda macchina che si chiama Ferrari GTO. Il nonno era stato testimone perché a quei tempi le automobili non si facevano come adesso: allora si costruiva il telaio, si montavano motore, sospensioni, freni e tutto il resto. C’erano anche cruscotto, volante e sedile del pilota, tanto che si poteva guidare con la macchina tutta nuda e scheletrica.
Mio nonno era nel motore di uno di questi telai viaggianti che venne mandato da Sergio Scaglietti perché facesse una carrozzeria. Doveva essere una GT da competizione, bassa, aerodinamica ma adatta anche all’uso stradale. Quando gli chiedevo di dirmi come fosse nata la carrozzeria, mi sembrava impossibile: “non aveva disegni, prendeva dei fili di ferro e li tirava, modellando le forme, dal muso alla coda e da un fianco all’altro. Teneva conto dell’altezza della testa di chi era al volante, delle sporgenze delle ruote e dei cornetti dei carburatori. In pratica” proseguiva il nonno “la disegnava nello spazio creando questa gabbia che faceva capire tutti i volumi. Poi prendeva la lamiera d’alluminio e la curvava battendola su sacchi di sabbia ai quali dava la forma necessaria. Così, pezzo dopo pezzo, la GTO nacque e fu subito bellissima, con grande orgoglio anche mio...”.
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