Un artista per l’eternità

La scomparsa di Sergio Scaglietti, creatore di gioielli Ferrari come la 250 GTO, rafforza l’idea di compatibilità tra arte e tecnica.

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La scomparsa di Sergio Scaglietti, creatore di gioielli Ferrari come la 250 GTO, rafforza l’idea di compatibilità tra arte e tecnica.

C’è una definizione di arte che mi piace e che dice, più o meno, che qualcosa può definirsi arte quando viene consegnato all’eternità. Sergio Scaglietti, scomparso pochi giorni fa alla soglia dei novant’anni, nato come umile garzone di bottega e diventato ben presto abile battilastra, è stato capace di fare questo. Lui, che le carrozzerie delle Ferrari le faceva partendo dagli ingombri della meccanica e non dai disegni, è stato capace di creare oggetti automobili chiamati 250 GTO, 250 California e 750 Monza, solo per citarne alcuni.

Erano gli anni cinquanta quando Sergio, in quella che era diventata la sua officina, a Modena, vicino alla via Emilia, forte della fiducia avuta da un uomo temuto e burbero come Enzo Ferrari, batteva la lamiera d’alluminio per sagomare perfettamente quei simboli dello sport e del lusso italiano che incantavano il mondo intero sotto il marchio Ferrari.
Quando lo incontrai la prima volta mi chiese di parlare forte “sono diventato sordo a furia di battere lamiere” si affrettò a specificare. Alla richiesta di come facesse a creare automobili tanto speciali si schernì “speciali? Ma erano delle Ferrari, erano già speciali prima che io cominciassi il mio lavoro”.

Approfitto della testimonianza di Pistunzen, per far raccontare come Scaglietti “inventasse” le sue opere d’arte. Quello che si deve sapere, invece, è come è andata la storia tra Ferrari e Sergio: quando nel 1969 la Fiat acquisì il 50% della Ferrari permettendo al Fondatore di fare gli investimenti necessari per affermarsi internazionalmente sui mercati, oltre che nelle corse, Scaglietti venne chiamato dal Commendatore (come anche lui lo chiamava), che gli chiese di vendergli la sua azienda. Per crescere Ferrari e Fiat avevano bisogno di avere un proprio reparto di carrozzeria. Sergio non esitò un attimo: in cucina, a casa con moglie e figli, disse che avrebbe fatto ciò che il Commendatore voleva. Non ci furono obiezioni anche se l’azienda era frutto di anni ed anni di sacrifici.
Ma le storie belle hanno sempre un lieto fine: quando incontrò l’emissario di Fiat per discutere il contratto di vendita, rimase così sorpreso da dire, rientrato a casa: “mi hanno dato una montagna di soldi…” a riprova della sua modestia, malgrado quel suo talento creativo ed operativo degno dei più celebri scultori dell’antica Grecia.

Bravo Sergio, anche tu ed il tuo nome saranno consegnati alla storia come lo sono le tue stupende creature.

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